SALSOMAGGIORE
Massacrò la moglie con la mazza da cricket: ergastolo anche in appello
Meena era stata straziata. Colpita dall'uomo con cui aveva trascorso un'intera vita. Almeno quattro volte in testa, con una mazza da cricket. Anche dopo che lei era finita a terra, un corpo inerme che non si muoveva più. Così Lal Onkar, 68 anni, indiano, aveva ucciso la moglie il 28 novembre 2023 nella casa di via Trento. E per lui non ci sono stati sconti: ergastolo. La Corte d'assise d'appello di Bologna, presieduta da Domenico Pasquale Stigliano, ha confermato la sentenza di primo grado, come richiesto dal sostituto procuratore generale Stefano Orsi.
Tutte le aggravanti hanno retto: quella legata ai maltrattamenti, oltre ovviamente a quella del rapporto coniugale, ma anche i futili motivi. Nessuna minima riduzione, nonostante il parziale risarcimento del danno (l'appartamento di famiglia lasciato al figlio maschio) e il via libera della difesa all'acquisizione di gran parte degli atti di indagine. Le attenuanti generiche, infatti, che pure erano state riconosciute ad Onkar già in primo grado, sono rimaste subvalenti rispetto all'aggravante dei maltrattamenti.
«Una tragedia annunciata», avevano scritto i giudici della Corte d'assise di Parma. Perché Meena Kumari, 67 anni, avrebbe continuato a subire per più di vent'anni: umiliata e picchiata, eppure aveva sempre cercato di minimizzare, chiusa in un riserbo assoluto. Solo nel giugno 2021, dopo che lui le aveva messo le mani al collo, aveva chiamato i carabinieri facendo denuncia, ma poi aveva cercato di ridimensionare tutte le violenze subite anche nel passato. Erano stati i figli, dopo l'omicidio, a fare luce sull'abisso di tutti quegli anni: il padre che aveva minacciato la madre con un'ascia, che aveva tentato di dare fuoco alla casa mentre lei era all'interno, mentre un'altra volta l'aveva fatta precipitare dalle scale.
Motivi terribilmente banali. Come il movente di quel giorno di fine novembre: Onkar si era avventato su di lei perché aveva «osato» portare in cucina alcune piantine che prima erano sistemate fuori. Aveva ancora la mazza in mano quando era accorsa Noemi Schiraldi, la carabiniera, in quel momento fuori servizio, che abitava nelle vicinanze. Prima di arrendersi, l'aveva visto sferrare un altro colpo alla testa della moglie. Ma era stata la nuora, che vive al piano di sopra, a sentire le prime urla: Meena era stesa fuori, vicino all'ingresso di casa, ed era stata lei a trascinare il suo corpo all'interno.
I colpi. Alla testa, sicuramente. Ma non mortali. Perché fatale era stata la lacerazione dell'aorta. Ma sulla causa della rottura i consulenti delle parti si erano divise. Perfino quelli della procura. Meena era stata spinta a terra, e la caduta aveva causato la lacerazione, oppure aveva subito un colpo al torace, anche se nessuno l'aveva visto? Un aspetto su cui l'avvocata Donata Cappelluto, difensore di Onkar, ha insistito anche ieri. Tuttavia, è assai probabile che i giudici d'appello abbiano concluso come quelli di primo grado, ossia che anche se l'aorta di Meena si fosse rotta per la spinta a terra, ciò sarebbe comunque dovuto alla «condotta violenta di Onkar».
Che ieri, in aula, ha sentito pronunciare per la seconda volta la parola «ergastolo». «Era piuttosto scosso - dice l'avvocata Cappelluto -. Ma ora non possiamo che attendere le motivazioni della sentenza e poi valutare il ricorso in Cassazione».
Ultima tappa. Per tentare di riscrivere - almeno in parte - il finale della storia.
Georgia Azzali