CONCERTO

Teatro Regio, Niccolò Fabi poetico e toccante

Althea Squiccimarro

Luci soffuse. Silenzio. La sala trattiene il respiro. Poi, nella penombra, la voce di Niccolò Fabi rompe l’attesa: «Io sto nella pausa tra capire e cambiare».

Così, ieri sera, a Teatro Regio ha preso il via «Libertà negli occhi», il concerto che attraversa vent’anni di musica e di vita del cantautore romano, intrecciando brani nuovi e classici in un dialogo tra presente e memoria, fragilità e rinascita. «Con la mia musica faccio un’operazione di svestizione di fronte a voi», ha confidato l’artista.

«Forse per vanità, incoscienza, generosità, follia… non lo so. Ma con gli anni, grazie alla consapevolezza che ho delle cose, questa denudazione diventa sempre più potente e spero che voi riuscirete ad apprezzarla». Così, all’interno dell’undicesima edizione della rassegna Tutti a Teatro, la tappa parmigiana si è trasformata in un viaggio di introspezione: un invito a guardarsi dentro, a riconoscere i propri limiti e a riscoprire la libertà intesa come accettazione del cambiamento e della complessità dell’esistenza.

Ad accompagnare le vibrazioni solo luci calde, scenografia essenziale e una band, composta da Roberto Angelini, Alberto Bianco, Cesare Augusto Giorgini e Filippo Cornaglia, capace di costruire un tessuto sonoro intimo e avvolgente in un mix brani storici e nuovi.

«Alba» apre il concerto: una rinascita interiore, un risveglio che profuma di luce.

Poi «Andare oltre» ed «È non è», riflessioni sull’identità e sull’arte di restare in equilibrio senza risposte definitive.

Nel cuore del concerto, «Nessuna battaglia» tocca uno dei momenti più intensi: una canzone che parla del corpo e della malattia, ma anche della resa come forma di saggezza, dell’accettazione come libertà.

La voce di Fabi – limpida, fragile, profondamente umana – dà forma a «Una somma di piccole cose», manifesto della sua poetica: riconoscere valore nei gesti minimi, nell’imperfezione, nel tempo che scorre.

Da «Casa di Gemma» a «Io sono l’altro», il filo conduttore è rimasto quello di un’umanità che cerca, che sbaglia, che non smette di interrogarsi.

Nelle sue canzoni, l’amore si fa costante ricerca, ma trova spazio anche il dolore e le sue mille sfumature: lacerante in «Facciamo finta», malinconico in «Lontano da me» e faticosamente maturo in «Lasciarsi un giorno a Roma», brano che ha sigillato il finale come un congedo rituale: un momento di sfogo e riconciliazione dopo un viaggio condiviso nell’intimità delle emozioni.

L’applauso conclusivo ha confermato ciò che Fabi stesso considera la sua più grande ambizione: non raccontare solo la sofferenza ma anche la felicità, quella pura. Per ora, ci riesce in un altro modo: offrendo la pace che nasce dal riconoscersi fragili attraverso un’arte, la sua musica, che diventa cura.

Althea Squiccimarro