Il francescano all'Annunziata
Frate Ameglio: «Tutta la Terra Santa soffre, non solo Gaza»
Di ritorno dalla Terra Santa, fra Gianluigi Ameglio porta alla platea della chiesa dell'Annunciata un messaggio di speranza: «Occorre ampliare gli orizzonti: non fermarsi al pregiudizio ma cercare di comprendere, perché non tutto è perduto».
Ameglio, frate francescano, è membro del commissariato della Custodia di Terra Santa, parte dell'Ordine dei frati minori. L'istituzione si occupa da otto secoli di promuovere e custodire i santuari cristiani in Terra Santa. Ad oggi, sono trecento frati da sessanta nazioni diverse a presidiare l'area compresa tra Palestina, Israele e alcune zone di Giordania, Libano e Siria, allo scopo di custodire «i posti dove tutto è nato».
Da gennaio 2024, Ameglio è commissario di Terra Santa del Nord Italia nel convento Sant'Angelo di Milano: in concreto, organizza e accompagna altri frati in pellegrinaggio e promuove la conoscenza dei Luoghi Santi.
Il frate è stato l'ospite d'onore per la «Giornata di promozione per la custodia di Terra Santa dei frati minori», l'evento nato dalla sinergica collaborazione tra il commissariato di Milano e la fraternità della Chiesa dell'Annunciata. Di ritorno da un pellegrinaggio tra Israele e Cisgiordania con alcuni vescovi lombardi, Ameglio ha incontrato dei fedeli per un intero weekend, dando apporti nella predicazione e offrendo momenti di riflessione a cerimonia conclusa.
Ovviamente, il frate ha anche colto l'occasione per condividere la sua esperienza in Terra Santa. A detta di Ameglio, le comunità colpite dalla guerra israelo-palestinese «soffrono la mancanza di un senso: chiunque è al corrente di cosa stia accadendo a Gaza, ma pochi sanno invece di cosa succede in Siria o in Giordania. La West Bank, ad esempio, è diventata una terra senza legge, dove la violenza rimane impunita». Le parole che abitano il cuore delle comunità colpite sono «sfiducia e sconforto: abbiamo vissuto in queste zone per due anni e vediamo quanto dolore ci sia. Questo conflitto sembra non finire mai, ci ha messo a dura prova».
Ma, in mezzo alla sofferenza, Ameglio riesce a vedere anche della speranza: «A Gerusalemme abbiamo una scuola di musica gestita perlopiù da professori ebrei: qui, i bambini di ogni religione imparano a cantare e a suonare. Il direttore della scuola, di religione ebraica, ci chiese allo scoppio del conflitto come potesse rimanere autorevole agli occhi dei ragazzi che dirigeva. Ma, con grande sorpresa, furono gli stessi giovani a lasciarlo continuare a dirigere la scuola e, un anno dopo, il direttore la definì una tra le esperienze più forti della sua vita. Ciò mi fece capire il bisogno non solo di speranza, ma anche di coinvolgimento della Chiesa in queste comunità».
Soprattutto nelle scuole, Ameglio intravede «fede: la popolazione vuole proteggere le nuove generazioni e crede che le ferite inflitte dalla guerra possano guarire».
Rimanere presenti nel dolore non è semplice: «Cerchiamo di ascoltare le persone, impariamo la loro lingua madre per poter comunicare meglio». Ma a fare davvero la differenza, anche nello sguardo di chi osserva da fuori, è il «non fermarsi ad una logica polarizzata, dove ci deve per forza essere una vittima e un carnefice».
Ultimo invito è «astenersi da giudizi affrettati e di ragionare: ogni gesto violento ha origine da questa mentalità binaria, che ci impedisce di vedere l'altro come nostro fratello. Oggi più che mai, occorre fermarsi, cercare di comprendere chi ci sta davanti e credere che, nonostante il dolore, ci sia un futuro anche in quella terra».