Intervista

«Cin-Ci-Là» al Regio, Corrado Abbati: «L'operetta conquista i giovani»

Giulio A. Bocchi

Rimbalzando da Merano a Reggio Calabria con tantissime date intermedie (ma seguendo la programmazione dei teatri più che un ordinato percorso geografico), la 39ª stagione della Compagnia Corrado Abbati farà tappa anche al Teatro Regio di Parma.

Domenica 7 dicembre, alle 17, andrà in scena l’operetta di Carlo Lombardo e Virgilio Ranzato «Cin-Ci-La» che quest’anno festeggia i suoi cento anni dalla prima esecuzione. Insieme ad Abbati che ha curato anche la regia e l’adattamento, si esibiranno Antonella Degasperi (Cin-Ci-La), Fabrizio Macciantelli (Fon-Ki), Sara Intagliata (Myosotis) e Kang Hyunwook (Ciclamino) in un allestimento del Teatro Verdi di Trieste. Sono ancora disponibili alcuni posti (info alla biglietteria del Teatro Regio).

Corrado Abbati, come sta procedendo la tournée?

«Questo è l’anno di “Cin-Ci-La”, l’anno del suo centenario, e quindi la fa da padrone. Ogni tanto facciamo anche “Vedova Allegra” perché è un po’ come “Aida” all’Arena di Verona: non passa mai di moda. Porteremo a Parma “Cin-Ci-La” nell’edizione migliore possibile grazie a un lunghissimo intervento fatto per anni presso il Ministero: ora i teatri lirici di tradizione possono inserire nella loro stagione lirica anche titoli di operetta. Questo comporta che potremo presentarci al Regio con un’orchestra di quarantacinque elementi (l’Orchestra Regionale Filarmonia Veneta, diretta da Alberto Orlandi che è anche il maestro concertatore), un coro (il Rapsody Choir preparato da Gregorio Pedrini) e il Balletto di Parma (con le coreografie di Francesco Frola). Ci saranno, insomma, tutti gli elementi per dare all’operetta la dignità che merita e che avrebbe meritato già da un po’ di tempo: all’estero si vedono cose fatte veramente bene, ma realizzate con la spesa che si affronta per l’allestimento di un’opera lirica».

Quali sono le caratteristiche di questa operetta?

«Questa regia mi ha impegnato: questo titolo è apparentemente molto semplice perché ha un testo fluido, è divertente ed è molto coinvolgente già da subito, ma proprio per questo bisogna stare molto attenti a mantenere l’equilibrio tra il divertimento e la parte lirica. Ranzato era un bravo musicista, con influenze pucciniane non indifferenti: ci sono alcune frasi del soprano e del tenore che rimandano a bei temi del verismo».

Quali sono le difficoltà di questo titolo al quale il pubblico è tanto affezionato?

«Quella di renderla elegante senza cadere nella macchietta: in Italia, il Paese del melodramma, tutti i cantanti volevano fare solo lirica e gli autori delle operette hanno capito che era più facile trovare qualcuno che facesse ridere piuttosto che qualcuno che cantasse. Così hanno spinto un po’ più l’acceleratore sul divertimento. Questa tendenza è cresciuta sempre di più, ma grazie a questo intervento ci si può permettere di ristabilire un equilibrio tra testo e musica, sfrondando anche un po’ della polvere che si era accumulata».

Come vi rapportate con il nuovo pubblico, nel tentativo di conquistarlo?

«L’operetta ha l’ambiguità di poter essere inserita nella stagione lirica o in quella di prosa: a noi capitano entrambe. Nelle stagioni di prosa si incontrano spettatori più giovani che non hanno mai visto un’operetta, ma dopo averla vista difficilmente se ne dimenticano perché è un genere che non si aspettano e quando escono da teatro sono soddisfatti. In ogni caso cerco sempre di coinvolgerli, facendoli sentire quasi protagonisti dello spettacolo».

Giulio A. Bocchi