Tutta Parma
Quando gli straccivendoli vendevano l'invendibile
Lorenzo Sartorio
Da qualche anno sono ricomparsi in città con i loro automezzi attrezzati e tanto di pubblicità sulle fiancate del mezzo. Si tratta degli «sgombratori» di cantine e solai che provvedono a liberare i vari locali da accumuli di roba, per lo più inutile, che toglie spazio. Una volta non si chiamavano «sgombratori» ma «zbaràsa cantén’ni e granär» ed erano persone di buon comando dotate di una forza muscolare non comune, di una buona schiena e di un furgone a pedali sul quale caricavano tutto ciò che trovavano nelle cantine e nei solai. Anche perché, un tempo, vigeva l’abitudine di tenere tutto e non gettare nulla, quindi, molte famiglie si tramutavano in raccoglitori seriali di cianfrusaglie che, inevitabilmente, finivano nelle cantine e nei solai.
I «zbaràsa cantén'ni e granär» entravano in funzione soprattutto alla fine dell’estate o all’inizio dell’autunno affinché, nelle cantine, si facesse spazio alle bottiglie di vino nuovo, alla legna e al carbone che «al carbonén» avrebbe scaricato in vista della stagione fredda. Il solaio, invece, doveva avere lo spazio necessario per custodire zucche, mele, pere, frutta secca e patate per l’inverno.
Lo «zbaràsa granär», quando saliva le antiche scale, si trovava come magia dinanzi ad un luogo incantato, ovattato di mistero dove il buio era trafitto da una sottile lama di luce che filtrava dall’abbaino, di giorno grazie al sole e di notte con la luna. Fra le atmosfere più coinvolgenti dei solai, sicuramente, i loro odori. Ogni solaio aveva il suo. Odori di muffa, di legna, di naftalina, di granaglie, di frutta. Erano comunque i cassetti, gli armadi, i bauli e le valigie che, poi, rappresentavano i terreni di conquista degli «sgombratori» guardati a vista dalle «rezdore» affinché non si impossessassero di cose a loro care. Lì dentro ci si poteva davvero trovare di tutto: scoloriti e sgualciti abiti, preti da letto, vasi da notte in smalto o porcellana, arrugginiti scaldini, la paglietta del nonno o il capello con la veletta viola della nonna, uniformi e copricapi militari, bastoni da passeggio, scalcinati ombrelli da pioggia da uomo, leggiadri ombrellini da sole. E, nei cassetti, vecchi messali da messa infarciti di santini. Siccome i solai ospitarono i famosi ed autarchici «pollai di guerra», gli «sgombratori» dovevano portare via anche reti metalliche, stie, scalette di legno per galline e quant’altro. Un altro periodo in cui gli «sgombratori» entravano in funzione era sotto Pasqua quando la «rezdóra» decideva, non solo di fare le pulizie generali della casa, ma anche quelle della cantina e del solaio. Gli «zbaràsa cantén’ni e granär», una volta terminato il faticoso sgombero delle robe vecchie, una volta caricate sul loro triciclo, le barattavano o le vendevano agli «strasär» che non aspettavano altro. «Sach ala strasära, dònni» era il richiamo degli straccivendoli. Una straccivendola molto attiva negli anni Cinquanta-Sessanta frequentava abitualmente il quartiere Cittadella come un altro mitico straccivendolo «pramzàn dal sas» era il mitico «Rosolèn» con il suo Ape-car.
E anche la straccivendola della Cittadella faceva parte della pattuglia degli «sgombratori». La voce era roca, ma allo tesso tempo potente e feroce, la si udiva di lontano quando, a volte al mattino, ma più spesso al pomeriggio sul far della sera, transitava in sella al suo trabiccolo a pedali sul quale trovava posto ogni genere di roba. Proprio di tutto: dagli stracci, ai ferri vecchi, bottiglie, rottami, piatti rotti, «preti da letto» sgangherati, seggiole spagliate, coperte lacere. Spettinata, sdentata, con una vestaglia nera che, dall’usura e dalla polvere era diventata lucida, la «strasära», al contrario degli «zbaràsa cantén’ni e granär», non saliva o scendeva le scale per recarsi nei solai e nelle cantine, ma invitava «il dònni» a portare in strada quelle cianfrusaglie che avrebbero dato loro noia sia in casa che cantina o «in-t-i granär». E, a ben vedere dal carico del suo trabiccolo, di affari ne faceva in quanto la merce che accumulava formava una pesante catasta arrugginita tale da farla forzare sui pedali per proseguire il percorso.
Quando le «rezdóre» udivano il suo lancinante messaggio scendevano in strada con certi attrezzi da film dell’orrore, ma se la roba era di qualche pregio, come, ad esempio, oggetti di rame o altro vil metallo, la «strasära» estraeva la sua «stadera» (bilancia), la pesava e, quindi, si accaparrava la merce per poche lire, oppure dava in cambio alcune scatole di fiammiferi emulando i «solfanai» bolognesi.
La roba più ambita dalla straccivendola, comunque, non erano solo stracci o sacchi ma, soprattutto, cerchioni di biciclette, pezzi e tubi di ferro, contenitori di latta.
E poi, quando negli anni Sessanta sbocciò il famoso boom economico e ogni famiglia sognava la «Seicento», la televisione e la «cucina americana», molti pensarono bene (e fecero molto male!) di disfarsi per poco o niente, se non addirittura gratuitamente, dei vecchi mobili di famiglia, di quelle cassapanche tarlate, di madie che profumavano ancora di pane e granaglie e di tavoli in legno che fecero posto a quelli in laminato plastico multicolore. E anche le care vecchie «radio Marelli», quelle che avevano diramato i discorsi del Duce, di Radio Londra e fatto ascoltare le canzonette del Trio Lescano, finirono nei trabiccoli degli «sgombratori» per far posto alla tv a 21 pollici.
Uno dei più famosi «zbaràsa cantén’ni e granär» fu il «Coco Niblén Pagàn» che, in sella al suo triciclo, trasportava le lapidi mortuarie dal laboratorio del marmorino De Giuli in piazzale San Lorenzo alla Villetta. Il forzuto «ciapa-ciapa», a bordo del suo trabiccolo a pedali, sempre scortato dall’inseparabile moglie Mafalda, che lo precedeva a piedi, era uso parcheggiare il suo trabiccolo sul marciapiede del palazzo ubicato sullo Stradone dinanzi al Petitot dove viveva in uno scantinato.
Sempre in braghette corte e maglietta, estate e inverno, un berretto con visiera calcato in testa che, molto probabilmente, non si toglieva nemmeno quando andava a letto, terminato il suo lavoro, era solito fare la prima colazione con un mezzo chilo «äd caval pisst consè con l’àj» che andava a prendere nella macelleria della Lina «in bórgh dal Gèss» che divorava con una micca di pane il tutto accompagnato da una bottiglia di rosso che acquistava nell’osteria del «Leoncino» ubicata sempre nel borgo. Del leggendario «Coco» si era diffuso un simpatico aneddoto. Si dice che un giorno fu chiamato a «zbaràsär» un solaio in via Collegio Maria Luigia. Ultimo oggetto pesante da caricare sul suo triciclo era un vecchio frigo che il «Coco» si caricò sulle spalle e portò in strada dopo avere sceso tre rampe di scale. Terminato il lavoro, rivolgendosi alla moglie, le disse: «incó am' sént il gambi mòli». Non si era accorto, poveretto, che il frigo era pieno di cianfrusaglie che la «rezdóra» aveva stipato lì dentro non trovando altro posto disponibile.