Il caso

Un Rembrandt per pagare l'avvocato. Ma è una crosta

Roberto Longoni

Rembrandt? Il nome non gli era del tutto nuovo, e già questo garantiva che una sua tela potesse valere qualcosa. «Pensi che figurone, a potersi vantare di possederla e ancora di più a mostrarla appesa in studio». A proporgli «l'affare» era un cliente di quelli che nessun avvocato si augurerebbe mai: uno dal guaio giudiziario perenne e dall'altrettanto ricorrente «mi spiace, ma ho le tasche vuote». Esaurita la pazienza (e l'ottimismo), un bel giorno - ormai giunto a quota 100mila euro il conto degli onorari da saldare - il legale minacciò a sua volta la denuncia contro colui che aveva sempre difeso dalle denunce altrui. L'assistito accusò il colpo e giocò la carta della disperazione. «In realtà, in casa ho un quadro antico, un tesoro di famiglia. Ho giurato di non separarmene mai, ma visto come stanno le cose...».

Fu allora che entrò in scena il nome del gigante dell'età dell'oro olandese. Ferrato in materia di diritto, un po' meno in storia dell'arte, l'avvocato si disse interessato. L'olio su tela, di 33 centimetri di base per 45 d'altezza, non era nemmeno troppo ingombrante: tra codici e faldoni avrebbe trovato benissimo il suo spazio. E così, una telefonata dietro l'altra, si consumò la trattativa. Che, all'insaputa dei due, aveva anche ascoltatori tutt'altro che disinteressati. I carabinieri del Nucleo tutela patrimonio culturale stavano intercettando il cliente dell'avvocato, che da tempo era anche «cliente» loro, vista la vita spericolata sul filo del rasoio dei codici: non persero una sillaba delle conversazioni tra i due.

E così non fu per caso che la pattuglia dell'Aliquota radiomobile, avvertita dai colleghi specializzati nel contrasto dei reati contro l'arte fermò l'auto del legale sulla strada del rientro dall'abitazione del cliente. Dal baule saltò fuori la piccola tela. Racchiusa da una cornice di pregio (che beffa), si trovava solo una crosta, che non ebbe neppure il tempo di passare dalla parete dello studio legale. Il falso fu sequestrato all'istante. Fosse stato l'autentico «Ritratto di Titus» di Rembrandt, altro che centomila euro di valore... Peccato che quello però si trovi al Metropolitan Museum.

Senza volare fino a New York, sarebbe bastata una sbirciatina su internet, per scoprirlo. Troppo facile: spesso, a essere credute sono proprio le truffe sparate più in grande. Scoperta la buona fede del turlupinato, sul registro degli indagati per ricettazione e falso finì il possessore della copia. Impossibile chiedere di essere difeso dall'avvocato truffato: il denunciato rinviato a processo ne è uscito indenne grazie allo scorrere degli anni. I fatti accaddero nel 2015: da allora, i reati sono caduti in prescrizione. E all'avvocato dei centomila euro dovuti non è rimasta nemmeno una «crosta».

Roberto Longoni