Costumista

Cantini Parrini, cerimonia in Pilotta: «Iniziai nella sartoria di mia nonna»

Raffaella Ilari

Un profilo artistico e professionale, quello del costumista Massimo Cantini Parrini, tra i più quotati a livello internazionale. Oltre 80 le produzioni cinematografiche, che gli hanno valso sei Nastri d’argento, sei David di Donatello, un Efa, il Premio Flaiano e cinque Ciak d’oro, a cui si aggiungono le due candidature agli Oscar per «Pinocchio» di Matteo Garrone (2021) e «Cyrano» (2022), il musical di Joe Wright, e altri innumerevoli riconoscimenti.

Nel 2019 la nomina come socio onorario all’Accademia di Belle Arti di Firenze, sua città natale.

A questi si aggiunge ora quella di socio onorario dell’Accademia delle Belle Arti di Parma, con una cerimonia di proclamazione avvenuta ieri mattina nel Salone Maria Luigia della Biblioteca Palatina, al Complesso monumentale della Pilotta, co-organizzatore dell’evento.

Dopo gli interventi della funzionaria e storica dell’arte Chiara Travisonni, e dell’architetto Carlo Mambriani, sono stati Alberto Nodolini, presidente dell’Accademia e Jucci Ugolotti, vice presidente, a consegnare all’artista rispettivamente l’attestato accademico e la medaglia d’argento. «Massimo Cantini Parrini è qualcosa di speciale, completamente fuori dalle regole, che riunisce tutte le discipline artistiche - ha affermato Alberto Nodolini - È difficile trovare un insieme di valori così, fusi in un personaggio». È qualcosa di più di un costumista, un «architetto dei costumi che vive la storia del costume in rapporto all’oggi, senza nessuna presunzione». Allievo del costumista premio Oscar Piero Tosi, arriverà giovanissimo alla sartoria Tirelli come assistente, avviando una straordinaria carriera che lo porterà a collaborare con importanti registi.

E proprio al maestro e amico Tosi, dedica il nuovo riconoscimento «così come a tutti gli assistenti artigiani che mi accompagnano tutti i giorni supportando il mio lavoro».

La sua capacità di intrecciare ambiti artistici in maniera da arricchirsi vicendevolmente, lo avvicina al mondo delle antiche accademie. «La sua opera - come Mambriani ha letto nelle motivazioni del riconoscimento - si nutre di uno studio continuo che lo porta a possedere competenze straordinarie nella storia del costume», come dimostrano le due collezioni composte da migliaia di abiti storici. «Una vocazione arrivata nel tempo», come lui stesso ha detto nella conversazione con Alessandro Malinverni, storico dell’arte e del costume, seguita all’Auditorium dei Voltoni del Guazzatoio. «È stato un percorso di vita lento. Mia nonna era sarta a Firenze, sono cresciuto in sartoria, una vera magia, stavo sempre nella sala delle stoffe. Crescendo, l’attaccamento per l’abbigliamento è stato più a livello antropologico. Poi, venne l’istituto d’arte e iniziò il collezionismo. Non ho mai avuto fretta di diventare costumista. Sono stato assistente non pagato per anni, l’occasione è arrivata per il film “Carnera” di Renzo Martinelli, poi piano piano è uscito il mio nome».

Sui cambiamenti del modo di lavorare, dice «che le condizioni sono peggiorate, il tempo si è ridotto, è diventato tutto piatto, anche il mondo del cinema sta cambiando. Per gli abiti fatti a mano ci vuole tempo. Il vintage ha preso piede, è cambiato il linguaggio come espressione sociale. Negli anni ‘80-‘90 la moda si dettava, se c’era qualcosa di due anni prima, non potevi più indossarlo. La moda non la fa più l’ultimo cappotto di marca, ma la tecnologia che hai in mano. Non c’è più una identità».

Raffaella Ilari