Tutta Parma

La brillantina, l'olio di fegato di merluzzo e gli altri prodotti in voga negli anni '50

Lorenzo Sartorio

Cambiano le mode e i modi di vivere, cambia la testa della gente. Cambia tutto. Vediamo ora di riesumare alcune mode di ieri (anni '50) in voga anche nella nostra città. Siccome i ragazzi vivevano in strada perché, di pericoli, non ne esistevano proprio, erano esposti alle bizzarrie delle stagioni. In estate il caldo e di conseguenza i frutteti («cme còll äd Vigat») con gli alberi carichi «äd marén'ni, durón e mòr», potevano causare qualche mal di pancia che veniva combattuto con una bella purga, in primis, «l’oli äd risèn». In inverno, invece, freddo, gelo e neve potevano causare forti raffreddori o bronchiti che necessitavano delle terribili «pappine» («impjàstor»): una sorta di polenta maleodorante di semi di lino bollente avvolta in uno straccio poi scaraventato sul petto o sulla schiena del povero sventurato il quale era costretto a fare anche i fumìgi («parfùmm») all’aroma di naftalina: una tortura.

Per i bambini la «vitamina» più diffusa era «l ‘oli äd marluss» (olio di fegato di merluzzo) dal sapore terrificante. Ne esistevano alcune marche al gusto d’arancio: «pés ancòrra!!». Se un ragazzo prendeva una botta in testa o sulla fronte giocando con gli amici il rimedio più comune erano gli impacchi con acqua fredda eseguiti con la «cärta da sùccor», quella color azzurro dei droghieri o quella gialla da «bcàr» (macellaio). l paletot consumati non si buttavano via certamente, ma venivano «rivoltati» in modo che sembrassero nuovi. Come pure venivano rivoltati i «calsètt buz» all’interno dei quali la «rezdóra» infilava il «cocón» , ossia, un uovo di legno, per poterli rammendare. Le donne che avevano la calze smagliate, se erano in grado di ripararle, provvedevano esse stesse con pazienza a rimagliarle, altrimenti ricorrevano ad appositi negozietti dove esperte rimagliatrici svolgevano questo delicato lavoro.

Oltre l’immancabile mantellina di lana nera «spära brén’na» («ripara brina») tenuta ferma da una «gòccia pasànta» («spilla da balia»), le «rezdóre» indossavano il loro capo preferito: «al scosäl» (grembiule). E il caro vecchio «scosäl» serviva, non solo a proteggere i vestiti, ma era utilissimo per togliere le padelle calde dal forno, come un guanto. Asciugava le lacrime dei bambini e, a volte, puliva i loro visi sporchi. Nel pollaio, il grembiule, era un mezzo di trasporto per le uova e i pulcini. Quando nella corte arrivava gente estranea si tramutava in un provvidenziale nascondiglio per i bambini più timidi, inoltre, la «rezdóra vécia», lo utilizzava da soffietto agitandolo sul fuoco del camino. Nel grembiule, le donne portavano le patate e la legna da ardere, nell’orto fungeva da cesto per raccogliere le verdure specie «al ravjót» (pisello) e le mele che cadevano dall’albero. Quando entrava qualcuno in casa, del tutto inaspettato, era il grembiule che serviva a spolverare il tavolo.

A «mezdì» le donne, sulla soglia di casa, scuotevano «al scosäl»: era un segno convenzionale per gli uomini che erano ancora nei campi di rientrare per il pranzo. Alla sera, durante le veglie nelle stalle, nel grembiule le «rezdóre», sedute sulle «scràni äd pavera», mondavano le verdure per «al mnestrón» del giorno dopo ascoltando, rapite, le storie del «folaio». Ai ragazzi, fino al termine delle elementari, sotto il grembiule nero, di rigore era indossare i calzoni corti. Il primo paio di calzoni lunghi, solitamente, lo si indossava il giorno della Prima Comunione o della Cresima dove, con le gambe coperte, ci si sentiva un po' più adulti. E poi, quella cravattina con il nodo già fatto e con l’elastico che si metteva al collo era il massimo.

Per combattere il freddo invernale, chi utilizzava la bici squarciando la neve o infilandosi in quelle fitte nebbie impastate di «galabrùzza», sotto il pullover aveva cura di mettere un «giornäl pighè in cuàtor» in modo che proteggesse bene lo stomaco. I pigiami da uomo, pantaloni e giacca con l’immancabile taschino e tasche laterali, erano solitamente a rigoni mentre le donne indossavano la classica camicia da notte un po' più aggraziata di quella che indossavano le loro nonne. Mentre chi andava in bici indossando, alla domenica, «al bräghi dla fésta», aveva l’accortezza di stringerle in prossimità dell’orlo con una molletta da bucato: la famosa «mojètta da bugäda». I «reggimaniche» («elastic pr’il mànghi d’il camìzi») erano elastici utilizzati per tenere le maniche della camicia raccolte all'altezza dell'avambraccio per evitare che si bagnassero o si sporcassero.

Il televisore era un qualcosa di prezioso che andava manovrato con la massima cura e conservato gelosamente. Infatti, le mamme e le nonne si mettevano al lavoro con ago e filo per «vestirlo» con una mantellina di tessuto a fiori, a tinta unita oppure con motivetti provenzali.

In testa ai «muradór» non mancava mai una bustina (tipo marmittone) realizzata alla perfezione con la carta dei «sach äd cimént». Per gli uomini andava di moda la brillantina con una vaga fragranza di violetta che impomatava i capelli facendoli rimanere al loro posto per alcuni giorni per la disperazione delle «rezdóre», poiché la terribile mistura ungeva federe e cuscini. Per le signore e le signorine da marito i profumi, oltre un’essenza esotica, avevano nomi da romanzi d’appendice: «Gioia intima», «Il mio sogno», «Mistero», «Notte romana», «Segreto d’amore». La magica atmosfera del Natale ha da sempre contagiato un po' tutti ed anche i «barbér pramzàn» i quali omaggiavano i clienti di un calendarietto solitamente «osé» impregnato di profumo da «casa di piacere» sul quale facevano bella mostra donnine more e bionde che mostravano un pezzetto di gamba. Erano gli anni che gli uomini indossavano i cappelli Borsalino.

Nelle eleganti lignee scansie, della cappelleria Vender, in piazza Steccata, ordinatamente allineati, facevano bella mostra eleganti «Borsalino» come pure nell’altra famosa cappelleria di Walter Bocchi in piazzale Barbieri.

Anche nelle case parmigiane era in uso appoggiare una o due bambole sui letti matrimoniali. Le bambole, spesso eleganti e decorate con abiti raffinati, rappresentavano non solo un ornamento, ma anche un segno di ospitalità e benvenuto per chi visitava la casa. Inoltre, queste bambole, potevano essere viste come un simbolo di protezione e buon auspicio per la coppia che condivideva il letto matrimoniale. Prima dell’avvento della carta igienica, nei gabinetti, accanto al wc, era fissato un gancio al quale venivano appesi fogli di giornale tagliati, della stessa dimensione di un quadernetto. Chi subiva un lutto, per un mese circa, portava sulla giacca, cucita al bavero, una striscia di panno nero poi trasformatasi in un bottone di feltro delle stesso colore, oppure una fascia nera al braccio. I meccanici di bici, come gli indimenticabili «Celestén» Soncini in via Italo Pizzi e Giorgio Corradi in strada D’Azeglio, per riparare la foratura immergevano la «cambra d’ària» in un «sój» d’acqua in modo tale, che in prossimità del foro, uscissero le bollicine d’aria. Sul foro veniva incollato un pezzo di una camera d’aria vecchia con una colla chiamata «Solusjón».