Intervista

Il dopo voto, l'economia, Trump: parla Enrico Mentana

Claudio Rinaldi

Direttore Mentana, nessuna sorpresa dalle elezioni regionali: chi può essere più contento tra la Meloni e la Schlein?

«Devono sorridere tutte e due. Forse più la Schlein, perché non solo ha visto inverarsi la compattezza del campo largo che lei auspica sempre – perlomeno del campo abbastanza largo per vincere dove per il centrosinistra è possibile vincere – ma ha confermato che il suo partito è, ovunque, il primo di questa potenziale coalizione. Questo per lei è importante: perché vede vincere il centrosinistra, laddove era immaginabile che vincesse, e vede anche che vince chi il Pd decide che deve vincere. Che sia Fico o che sia De Caro, l’azionista di maggioranza di questa vittoria è lei con il Pd. E questo per la Schlein è importante, anche in prospettiva di essere candidata premier quando e se ci sarà da indicare per la coalizione un candidato premier».

E Giorgia Meloni?

«Lei porta a casa quello che si sapeva avrebbe portato a casa, e cioè il Veneto, ma si sa che in Veneto è soprattutto la Lega a vincere. Fratelli d’Italia non avanza: questo prova che non c’è un fenomeno di correlazione tra la popolarità della Meloni e il successo sul territorio di Fratelli d’Italia, che non c’è stato in misura apprezzabile. D’altra parte, volente o nolente, Giorgia Meloni è in questo momento la titolare di un partito personale: nel senso che è un partito che esiste soprattutto perché c’è Giorgia Meloni, che in qualche modo vede riverberare sui suoi suffragi potenziali a livello nazionale il successo della premier. Almeno finché dura».

Cosa si aspetta dalla lunga campagna elettorale da qui al 2027? Ma il Governo arriverà serenamente al ’27?

«Il Governo arriverà a scadenza per un motivo ben preciso: soltanto Bossi alla fine del ’94 e Fini nel 2010 hanno incrinato il centrodestra che, come patto di governo e di potere, continua a resistere ovunque, sia a livello centrale, sia nelle Regioni in cui governa. Non esistono Regioni in cui governa un pezzo del centrodestra o in cui ci sono differenziazioni rispetto allo schieramento nazionale. E quindi, che venga considerato un patto di potere o un patto politico forte, il centrodestra regge dal ’94 a oggi. È l’unica formula che in Italia ha resistito così tanto».

Quindi nessun dubbio che si voterà nel ’27, non prima.

«Nessuno. L’unica vera incognita per la Meloni, per il governo, per la maggioranza di centrodestra è il referendum. Ma in questo momento sono avanti i “sì”».

Il centrosinistra unito può battere la Meloni?

«Chi può dirlo? Ci sono tanti fattori nazionali e internazionali che abbiamo davanti da oggi all’anno e mezzo che ci separa verosimilmente dal voto. È molto difficile immaginare quello che può succedere. Certo, il centrosinistra unito è competitivo come numeri, questo lo sappiamo bene. Bisogna vedere quanto sarà unito e dietro quale insegna lo sarà, ci sono tanti elementi da considerare. Poi, ripeto, bisognerà vedere se la forza della Meloni, che in questo momento c’è, ed è evidente, resterà tale, dal punto di vista della leadership, fino al momento delle elezioni».

Qual è il suo giudizio sui tre anni del governo Meloni? Partiamo dalla politica interna.

«Il maggiore risultato ottenuto, se includiamo i temi economici nella politica interna, è la stabilità. Soprattutto il rientro nei parametri europei: una grande vittoria, secondo me, dell’esecutivo. Non ci sono grandi riforme – e tale non può essere definita quella sulla separazione delle carriere dei magistrati – e non ci sono elementi forti, se non la continuità laboriosa del Governo. Troppi sottovalutano l’importanza di aver messo a posto i conti. Si dice che non c’è abbastanza spesa sociale, che si spende troppo per la difesa: ok, tutte cose che sappiamo. Ma la verità è che i numeri dicono che non siamo più i malati d’Europa, anzi è più malata la Francia di noi, e che nella crescita del Pil è più ferma la Germania di noi. Insomma, ci sono tanti elementi, sono tutti bicchieri mezzi pieni. O mezzi vuoti, a seconda del punto di vista: come sempre, in questi casi».

E in politica estera?

«A livello internazionale invece c’è uno standing forte, che è di Giorgia Meloni e un po’ di Tajani. Il problema è sul tema delle guerre, soprattutto quella in Ucraina, si va in ordine sparso e questo in qualche modo inficia l’immagine compatta del Governo a livello internazionale».

Da direttore, cosa pensa del suo rifiuto per interviste e conferenze stampa?

«Penso che sia una cosa non positiva. Detto questo, è evidente che siamo noi giornalisti particolarmente attenti al tema, francamente non vedo un moto popolare di stizza: perché poi in realtà le dichiarazioni le fanno tutti, la Meloni risponde alle domande a latere dei vertici. Se ci fosse un mutismo totale sarebbe grave, ma in realtà rilascia qualche intervista, spero anche a me nei prossimi giorni, quindi non ritengo che sia il male assoluto. Certo, sarebbe meglio, anche dal punto di vista del suo rapporto con l’informazione, se fosse più disponibile a rispondere alle domande dei giornalisti».

Cosa pensa del caso Garofani?

«Rivela un momento di nervosismo del centrodestra, di Fratelli d’Italia; è una storia che evidentemente non è chiusa, visto che clamorosamente La Russa l’ha riportata in superficie. Non si riesce a capire bene perché venga cavalcata e utilizzata, perché non si percepisce l’eventuale gravità della cosa. Vero: Garofani ha detto delle cose che avrebbe fatto meglio a non dire perché denotano, comunque, uno spirito di parte: ma le ha pronunciate in una tavolata tra amici, la Terrazza Borromini non è precisamente una sede istituzionale. Detto ciò, tutti sanno come la pensa quel consigliere del Quirinale, quindi trovo inutile meravigliarsi, definire “incredibili” le sue frasi. Ma non dimentichiamo che anche il Presidente Mattarella è stato deputato del Pd, ma nessuno si sogna di dire o di pensare che non sia equilibrato».

Sono i giorni decisivi per la manovra: cosa prevede?

«Non grandi cose. Come sempre, prevarranno una serie di interessi corporativi che spingono sui partiti, per occhieggiare a questo o quel segmento sociale. Non mi sembra certo una manovra dorata, anzi la trovo grigia. Ma, in questa fase, è utile anche una manovra grigia, dal punto di vista di Giorgetti, se è funzionale per regolare i conti italiani in Europa».

Qual è lo stato di salute dell’economia? Si prospetta una crescita molto soft.

«Vero, ma è un dato comune a tutta l’Europa. Non dimentichiamo le guerre che si combattono vicino a noi, i dazi di Trump, il prezzo dell’energia che sale. La questione di fondo è che ci sono tante questioni che rendono difficile pensare a una crescita forte, è una navigazione difficile e pericolosa per tutti. Non si può ragionare come se stessimo attraversando un periodo di pace e di tranquillità».

Il Governo ha adottato soluzioni utili?

«No. Non ha fatto molto, non ha accompagnato i potenziali di crescita. Non l’ha fatto né con misure intelligenti né con altre demagogiche. Pensiamo al Superbonus: è certo che ha aiutato tanto la crescita, ma è anche costato tantissimo. Oppure al Pnrr: il Paese si vanta di riuscire a utilizzare i fondi, ma non dimentichiamo che una metà di quei soldi li dovremo restituire».

Quanto pesano i dazi americani?

«Non è facile saperlo. Nella difficoltà di prevedere cosa accadrà e quindi di programmare, c’è anche il fatto che nessuno può sapere cosa farà Trump: se domani ci saranno ancora, se li ridurrà, o se invece li raddoppierà. L’imprevedibilità di Trump è un fattore di squilibrio sulla scena internazionale, perché non puoi proprio prevedere quale sarà la situazione tra un mese: né sulle guerre, né sull’economia. Dal gennaio 2020, con l’esplosione del Covid, a oggi non c’è stato un solo momento che ci abbia permesso di programmare. A prescindere dal Governo in carica».

A proposito di Trump, è meravigliato dalla sua condotta?

«No. Sono meravigliato che gli americani l’abbiano votato. Che Trump fosse questo l’avevamo già visto nel suo precedente quadriennio. La questione è che Trump non ha a cuore gli interessi internazionali: per le decisioni che prende, per le cose che dice, per i rapporti che instaura o quelli che chiude. Minaccia, esalta, cambia idea. Guardi come si è comportato con il sindaco di New York: due ore prima del voto scongiurava i newyorkesi a non votarlo perché era un “pericoloso quasi terrorista”, poi l’ha ricevuto alla Casa Bianca e ha detto che farà del bene per New York. Non puoi mai prevedere cosa farà o dirà Trump: a seconda del suo interesse, può dire tutto e il giorno dopo il contrario di tutto».

Il suo piano di pace è “anti europeo”?

«Non è che sia antieuropeo, è stato fatto sulla testa dell’Europa, quindi l’Europa – per interessi, ma anche per ruolo – ne viene compressa».

La trattativa per l’Ucraina è un banco di prova – l’ennesimo – per l’unità dell’Europa?

«L’unità dell’Europa c’è, al netto del leader ungherese Orban e di quello slovacco, Fico: ma basta vedere la carta geografica per capire che non hanno il nostro stesso agio di scelta e di posizione, stanno accanto alla Russia e si devono in qualche modo misurare con questo. Però tutto il resto dell’Europa è sulla stessa linea».