Teatro

Davide Enia a Ragazzola: «Contro la mafia, la parola è lo spiraglio da cui passa la luce»

Francesca Ferrari

«La mafia da noi non è mai stata affrontata per quello che è». Su questa tragica consapevolezza Davide Enia - autore e interprete d’eccellenza del teatro di narrazione contemporaneo - ha plasmato il suo ultimo spettacolo «Autoritratto», un autentico rito civile e collettivo che gli è valso pochi giorni fa una doppia candidatura al Premio Ubu 2025 (come Migliore Attore e come Nuovo Testo), e che verrà presentato sabato alle 21.15, al Teatro di Ragazzola (biglietti a 16 euro, info tel. 339.5612798).

Presente in scena, come già in altri suoi lavori teatrali, anche il musicista Giulio Barocchieri che darà sostegno sonoro al racconto appassionato (secondo il tradizionale cunto siciliano) degli anni giovanili di Enia vissuti a Palermo, nella quotidianità di un ambiente urbano dove essere testimoni di crimini per mano della mafia era tutt’altro che insolito.

Chi è il vero protagonista di questo suo «autoritratto»?

«Potrei rispondere così, citando un mio conterraneo: “uno, nessuno e centomila”. Ritroviamo, infatti, l’io narrante di un ragazzino siciliano; sono io “picciriddu” e poi io adolescente. Ma a un secondo livello, grazie alla mediazione artistica, il racconto non è più solo autobiografico, diventa altro e tocca tutto un ambito popolare e culturale. È la storia di una generazione intera, anzi, di più generazioni che hanno subito il trauma delle stragi di mafia. Di certo il racconto ha un co-protagonista ben riconoscibile ed è la città di Palermo, con la sua gente e con il suo inconscio collettivo».

Falcone una volta disse «Se dobbiamo combattere efficacemente la mafia, non dobbiamo pensare che sia una piovra. Dobbiamo riconoscere che ci rassomiglia». Anche in questo spettacolo lei parla di un processo di autoanalisi…

«Esattamente. Affrontare per davvero Cosa Nostra significa non volere capire la mafia in sé, come organizzazione criminale, quanto cercare di comprendere la mafia in me. Bisogna rinegoziare il vocabolario stesso che racconta cosa sia la mafia: essa è un modo di stare al mondo che si fonda sulla pratica ostentata del silenzio. Come diceva Gesualdo Bufalino, per sconfiggerla c’è bisogno di un esercito di maestri elementari, in grado di ricalibrare il linguaggio e compiere una battaglia culturale in difesa della verità».

La tecnica del cunto siciliano, tra musicalità e parole, gesto e canto, conferisce alla narrazione un carattere arcaico, una sacralità tragica. Perché questa scelta?

«È uno strumento linguistico prezioso, un tesoro che ritrovo nel mio corpo, nella mia cultura e nel mio orizzonte. In più il cunto fornisce ampi spazi di improvvisazione e nasconde per sua natura un tentativo di perdere il controllo. Affidarsi al cunto vuol dire accettare che non tutto sia governabile e che ci si debba aprire a qualcosa di sconosciuto. È intimamente connesso con la morte ma può spalancare un mondo di possibilità e restituirci una dimensione sacra».

«Autoritratto» non parla solo di mafia e di traumi. Quali temi universali sa evocare?

«Comune a tutti e condivisibile è l’ansia di vedere taciuta la verità anche di fronte a ingiustizie incontestabili. Nel racconto questo aspetto emerge continuamente ed è, purtroppo, quello che ritroviamo oggi quando leggiamo notizie e dichiarazioni ufficiali che negano il genocidio in Palestina».

Come possiamo evitare di assuefarci al male e alla violenza?

«Imparando a nominare quello che ci ferisce, senza averne paura, perché la parola è sempre spiraglio da cui passa la luce. Così ho scelto il teatro per questo “autoritratto”: il racconto, nel dispositivo della messinscena, permette una riflessione comunitaria utile a difenderci e anche a sentirci meno soli».