TEATRO

Ottavia Piccolo: «Matteotti uomo di incredibile moralità»

Emanuele Marazzini

Ottavia Piccolo torna a Parma con «Matteotti. Anatomia di un fascismo» che andrà in scena lunedì alle 21 al Teatro del Cerchio.

Ottavia Piccolo, chi era Giacomo Matteotti?

«Un uomo con una dirittura morale incredibile e con una fortissima volontà di riscatto sociale: tutto ciò che diceva arrivava alla gente con una sincerità mai affettata. Stefano Massini (autore del testo con cui collaboro dal 2004) sfrutta un’immagine molto efficace per spiegare questa sua modalità di comunicazione: parlare, secondo Matteotti, non è infatti “sfiatare i mantici”, ossia fare dichiarazioni a vanvera, ma è un gesto studiato, figlio di una profonda riflessione. Non a caso Giacomo veniva chiamato Tempesta: avendo un carattere focoso, i suoi tuoni e i suoi fulmini erano i discorsi, che sempre colpivano il bersaglio».

Perché il titolo recita “anatomia di un fascismo”?

«Quello in camicia nera e della marcia su Roma è stato solo un volto del fenomeno liberticida che ha avuto e continua ad avere molteplici sfaccettature. In giro per il mondo, non è certo una novità, risuonano parole d'ordine tristemente simili a quelle del ventennio: violenza, emarginazione e silenziamento degli oppositori, riarmo, uomo forte».

Quali aspetti della biografia di Matteotti la affascinano di più?

«Innanzitutto il suo curriculum: era laureato in Giurisprudenza, la sua tesi sulla recidiva fu elogiata come brillante e resta una pietra miliare sull’argomento. Matteotti conosceva anche molte lingue, cosa non scontata all’epoca. Ma è forse la storia d'amore con la moglie che meriterebbe una pièce a parte: i due si inviarono tantissime lettere, circa ottocento, perché erano spesso lontani».

La messinscena dello spettacolo che caratteristiche ha?

«È piuttosto essenziale e priva di immagini che rimandino all’epoca in questione. L'artista Raffaella Rivi ha realizzato una video-scenografia che rende molto bene l’idea dei luoghi e delle sensazioni: ad esempio, quando si cita Mussolini, appare un elemento scuro. In sovrimpressione sul fondale compaiono anche delle parole che la regista Sandra Mangini considera imprescindibili per definire il fascismo storico».

Anche la musica ha un ruolo importante.

«Sì, è a tutti gli effetti una co-protagonista e sottolinea i passaggi dell’opera. I musicisti hanno un ruolo corale, come i braccianti del Polesine o gli agrari che reclutano gli squadristi»

Se potesse avere una conversazione con Matteotti, cosa gli direbbe?

«Torna, c'è moltissimo bisogno di persone come te: di persone che studiano e che si facciano capire. I tuoi interventi erano democratici perché chiari, mai fumosi».

Esiste in Italia un nuovo Matteotti?

«Spero che si trovi tra i giovani e le giovani che si affacciano alla politica».

C’è un libro che ha letto di recente meritevole di essere portato su un palco?

«“Il labirinto di sera” di Anna Samueli: racconta il genio di Mariano Fortuny, grande pittore e designer che aveva a Venezia il suo atelier all’inizio del Novecento».

Come descriverebbe il teatro italiano contemporaneo?

«Molto diversificato, il che è un bene. Sono ottimista, il teatro non morirà mai. Gli attori si lamentano da duemila anni, ma sono sempre qui».

Lei ha lavorato anche nel cinema. L’ultimo film di cui è rimasta soddisfatta?

«“7 minuti” (2016), sempre tratto da un testo di Massini».

Il suo esordio davanti alla macchina da presa avvenne nientemeno che con “Il Gattopardo”...

«Nel 1962 avevo tredici anni e venni catapultata in una dimensione magica, dal sapore hollywoodiano».

Ha qualche ricordo dal set?

«Visconti una volta, al megafono, mi diede della cretina perché andavo a sinistra al posto che a destra. Era lontano e non avevo sentito bene le sue indicazioni, ma non mi offesi: essere stata rimproverata da lui resta un punto d’onore».

C’è stato il leggendario doppiaggio di “Star Wars”.

«Per due trilogie sono stata la voce della principessa Leia. Nei primi film, davvero rivoluzionari, doppiavo in presenza degli altri colleghi, ma negli ultimi le modalità sono cambiate e ho lavorato da sola. Pensi che non ho visto nemmeno il film per intero, ma solo le scene con il volto di Carrie Fisher in primo piano. Temevano una fuga di notizie, non mi hanno dato nemmeno i copioni, leggevo le battute direttamente da un iPad».

Lei è una fan della saga?

«Assolutamente no. A volte capita che mi fermino per strada per ripetere una battuta. Dico solo e sempre: “Che la forza sia con te!” e così li sistemo».

Ha mai incontrato Carrie Fisher?

«Una volta sola nel 2013, lei era nella giuria della Mostra del Cinema di Venezia. Visto che non parlo bene l’inglese, le ho detto solo che ero la sua voce italiana. Lei mi ha guardata come se fossi un po’ pazza perché gli attori stranieri non sono abituati al doppiaggio dei film».

Se potesse scegliere, quale attrice doppierebbe adesso?

«Vanessa Redgrave, mi è sempre piaciuta».

Emanuele Marazzini