L'intervista
Paolo Rossi: «Griffith, lo scudetto, l'Europa: vi racconto il mio grande Basket Parma»
Saranno passati anche più di vent'anni. Una vita. Ma Paolo Rossi è il Paolo Rossi di sempre. Lo stesso che nel 2001, alla guida del Basket Parma, riuscì a consegnare alla città l'unico scudetto della sua storia nella pallacanestro. Sguardo apparentemente severo ma capace di sciogliersi in un sorriso bonario e rassicurante. Battuta pronta. Grande temperamento. Coach Rossi, tornato a Parma per qualche giorno, entra quasi in punta di piedi nel rinnovato Palaciti, «dove conservo ricordi meravigliosi» per poi, al Palamoisè di Vicofertile, tenere una lezione allo staff del Parma Basket Project, dove suo figlio Pier Filippo è responsabile del settore giovanile e vice allenatore in B femminile.
Tuta, scarpette e pallone in mano, Rossi invita due giocatrici sul parquet spiegando i fondamentali di attacco e difesa nell'uno contro uno. Sembra quasi di tornare indietro nel tempo. Ed è un bellissimo viaggio, che culmina nel capolavoro tricolore. «Merito prima di tutto del club» tiene a precisare subito il tecnico. «Gianni Bertolazzi e Romana Tarroni capirono che per spezzare l'egemonia di Como sarebbe stato necessario compiere uno sforzo ulteriore per potenziare il roster».
E arrivò Yolanda Griffith.
«Giocatrice di un altro pianeta. Permettetemi un paragone: era un po' come avere in squadra Shaquille O'Neal. Yolanda non toglieva nulla alle compagne e non mi ha mai chiesto di finalizzare il gioco nelle sue mani. Di suoi tiri a partita ne ricordo tre o quattro al massimo, ma poi ne aggiungeva otto scaturiti da rimbalzi in attacco e una decina ai liberi. Alla fine, con 25-30 punti sistematicamente messi a referto, oltre a difendere, stoppare e catturare tutto ciò che passava dalle sue parti, Griffith risultava determinante».
Una fuoriclasse.
«Completa e assoluta. Diciamo che nella mia carriera sono stato fortunato: con le straniere che ho allenato avrei potuto costruire un quintetto in grado di lottare per il titolo in Wnba…».
A Parma ha avuto alle sue dipendenze un'altra stella, Cynthia Cooper.
«Semplicemente la più grande realizzatrice che abbia mai visto. Quello che faceva Cooper qui lo vedo fare oggi in Nba. Non esagero affatto. Più di 30 punti a partita tirando col 70%: un'attaccante stratosferica, dominante. E con un caratterino niente male…».
Rapporto complicato da gestire?
«In realtà io e lei ci siamo trovati bene. Al primo incontro le dico: "Cynthia, guarda che tutta Italia è pronta a scommettere che io e te litigheremo nel giro di un mese. Proviamo a far ricredere tutti". Aveva la mentalità vincente, sentiva la partita come poche».
La forza del suo Parma era però costituita anche dal gruppo delle italiane.
«Soprattutto, direi: loro erano l'anima. E qui ne ho avute di grande talento: Rezoagli, Balleggi, Gardellin, Schiesaro. Trattavo le italiane alla stessa maniera delle americane. Per me contavano le regole e a quelle bisognava attenersi. Niente primedonne o gente che non avesse cultura del sacrificio. Dovevano capire, tutte indistintamente, che in palestra bisognava sudare. La selezione, a quel punto, diventava naturale: chi non entrava in quest'ottica, non veniva di sicuro a giocare dove allenavo io».
Lo scudetto è il ricordo più bello, ma non l'unico nella sua doppia parentesi sulla panchina gialloblu.
«Penso al Mundialito giocato in Brasile: era un torneo ad invito e tra le diverse squadre figurava anche Parma. Perdiamo in finale con le padrone di casa ma quell'esperienza ci fa anche riflettere sul piano umano: a San Paolo alloggiamo in un albergo a 5 stelle, con tutti i comfort. Fuori, a poche decine di metri da noi, la povertà più assoluta».
E poi le due coppe Ronchetti. L'ultima, venticinque anni fa esatti, alle Canarie.
«All'andata, a Parma, vinciamo di quattro punti: un margine tutt'altro che rassicurante, il Las Palmas era un'ottima squadra. Nella gara di ritorno, prima di entrare in campo, provo ad allentare la tensione delle mie giocatrici facendo leva sull'ironia. "Abbiamo una grande fortuna stasera" dico loro. Mi guardano con aria stupita. "Ci sono 4 mila persone tutte vestite di giallo. Noi di che colore siamo?". La nostra maglia era gialla. "Bene - aggiungo - non abbiamo mai avuto 4 mila persone tutte dalla nostra parte". Vinciamo pure lì».
La prima Ronchetti invece?
«In finale troviamo le polacche di Poznan che avevano una giovanissima Margo Dydek, oltre 215 centimetri di altezza. La nostra McGee rimane impressionata. Sempre per sdrammatizzare spiego all'americana che Dydek era come il cristallo: bisognava solo trovare il suo punto debole. In partita vedo la polacca piegarsi letteralmente sulle ginocchia. McGee mi dice di averle rifilato una gomitata allo stomaco. A modo suo quel punto debole lo aveva evidentemente trovato...».
A Parma era arrivata una vittoria con ampio scarto.
«Ventinove punti. In Polonia andiamo con la Coppa già in cassaforte. Ma una cosa mi colpisce».
Cosa?
«Un'ora e mezza prima della partita, in quel palazzetto, troviamo oltre 5 mila persone e 5 mila cartelli che recitano 90-60. Inizialmente non capisco. Penso: “Che strani, i polacchi”. I miei dirigenti mi fanno notare che quei cartelli servivano per stimolare la loro squadra, affinché vincesse di trenta punti ribaltando così il punteggio dell'andata. "Che bravi!" esclamo. Al loro posto avrei fatto la stessa cosa».
Veniamo ad oggi. Il bronzo conquistato dalla Nazionale italiana agli Europei può rilanciare il movimento femminile?
«Me lo auguro. Purtroppo a livello di numeri, rispetto ad esempio alla pallavolo, la pallacanestro femminile è molto indietro. Bisogna ripartire dalla base. Anche i nostri campionati sono in sofferenza: la A1 ha poca visibilità, la A2 e la B continuano a perdere squadre per mancanza di risorse. Rispetto a quando allenavo qui a Parma, è cambiato tutto».
Vittorio Rotolo