Tutta Parma

Il nome della rosa: quando alberghi e osterie erano intitolate al fiore

Evidentemente, Parma, con la rosa ha un feeling. Lasciamo stare, per il momento, la regina dei fiori e la gastronomia e quel piatto la «Rosa di Parma», appunto, che, anche se non è strettamente parmigiano, è fatto con ingredienti simbolo della nostra terra come il prosciutto e il parmigiano. Addentriamoci, invece, nella tradizione strettamente inerente la città, i suoi borghi più antichi e quei locali dove i nostri vecchi trascorrevano le ore liete giocando a carte oppure bevendo un bicchiere, «'na fojètta» o un «scudlén ad vén bón». E non dimentichiamo lo struggente, poetico quadro di Amedeo Bocchi «Vaso di rose», del 1946.

Sono ben tre gli etimi toponomastici che la nostra città ha dedicato alla rosa. Giovanni Ferraguti, nel suo libro «I borghi di Parma», Battei editore 1981 - corredato da bellissime foto dell’autore, indica ben due borghi cittadini dedicati alla Rosa: uno, l’attuale via Albertelli, «che ricordava il nome di una bella ostessa» ed un altro «quel borgo che si affacciava a bassa dei Magnani (attuale strada Mazzini, ndr) che aveva avuto lo stesso nome per ricordare l’insegna del Ristorante Albergo della Rosa. Fu infatti conosciuto come borgo della Rosa - precisa Ferraguti - fino al 1913 quando si pensò di ricordare il cantante lirico Italo Campanini (che vi abitò) intitolandogli una strada: ma solo per poco tempo poiché, per evitare omonimie e per ricordare con la stessa importanza il fratello compositore Cleofonte Campanini, venne loro dedicato un viale della periferia. Borgo Carlo Goldoni fu la definitiva dizione che il Comune assegnò alla toponomastica per ricordare il famoso commediografo veneziano».

Di borgo della Rosa l’unica traccia del passato è la lapide, collocata dal Comune nel 1915, che ancora è ben visibile, nella casa dove nacquero e vissero i due fratelli musicisti ubicata proprio di fronte allo stabile dove un tempo sorgeva il famoso Albergo Ristorante della Rosa. Aldo Emanuelli nelle sue «Osterie Parmigiane» (Tipografia La Bodoniana, 1933) dedica ben tre pagine all’Albergo Ristorante della Rosa «che aveva l’entrata principale nell’omonimo borgo ma un’entrata succursale più alla mano per i suoi frequentatori era in via Garibaldi di fianco alla pasticceria dei fratelli Mezzadri ed il negozio di ferramenta della ditta Pizzorni Luigi». «Da due antiche attigue osterie - prosegue l’Emanuelli - poi in una sola, provveduta di ogni confort moderno, nacque l’attuale Albergo della Rosa che ebbe ed ha rinomanza grandissima per la scelta cucina parmigiana e per la bontà dei vini specialmente nostrani spumanti. Svariata è la clientela: negozianti di campagna, professionisti, sacerdoti, artisti teatrali e studenti, la frequentavano e la frequentano». «Quando era in uso in Parma - racconta l’autore - nei beati tempi ormai trascorsi, passare le serate fra gli amici, sorseggiando una o due se non di più buone bottiglie di vino facendo la rituale partita a briscola, tresette e a scopa, alla "Rosa", convenivano in compagnia allegra e cordiale il Cav. Antonio Ferrari, i fratelli Casalini, Il signor Boni Ermetidoro, il signor Giordani, i signori Campanini, i signori Burlenghi, negozianti di Bassa dei Magnani e tanti altri ancora».

Cliente non ancora illustre, e allora giovanissimo, era Arturo Toscanini che passava liete serate alla «Rosa» essendo amicissimo di Guido Zavadini, fratello del titolare del locale. Uno dei più vecchi clienti della «Rosa» fu il grande artista lirico Italo Campanini: la casa deve egli nacque è appunto nel borgo della Rosa rimpetto alla porta dell’albergo». Un grande tenore, Campanini, amico di Verdi e Boito, applaudito interprete di importanti opere in tanti prestigiosi teatri italiani e stranieri. Un «pramzàn dal sas» nato nel 1845 proprio in borgo della Rosa nella stessa casa in cui il padre, fabbro ferraio, gestiva un’officina nella quale il giovane Italo lavorò da ragazzo prima di intraprendere gli studi musicali con i fratelli Cleofonte e Icilio. Parma, alla rosa, dedicò pure l’omonimo piazzale «la cui denominazione - precisa Giuseppe Sitti - («Parma nel nome delle sue strade» Officina Grafica Fresching 1939) proviene dal fatto di esservi stata anticamente una bettola con vendita di vino» che anche in questo caso prese il nome dell’ostessa. «Anche questo piazzaletto (che si trova dietro via Ferdinando Maestri già borgo del Gesso) per l’applicazione della legge dell’11 agosto 1896 doveva essere riaperto, com’era anticamente, mettendolo in comunicazione con borgo Giacomo Tommasini atterrando la casa del dottor Pietro Bussolati ora dei fratelli Villetti». Il piazzaletto era ulteriormente ammantato di parmigianità in quanto, una delle sue residenti storiche fu Maria Grazia Brozzi, «la pasionaria» del loggione, «compagna di palco» dei mitici «Gigétt» Mistrali e Claudio Mendogni, deceduta nel maggio scorso all’età di 86 anni. Piazzale della Rosa, attualmente chiuso, fino agli anni Settanta, era caratterizzato dalla fragranza di frutta e verdura che proveniva dal cavedio del fornitissimo negozio dell’Antenisca Bussolati, con entrata in borgo Tommasini, ma con un grande cancello che dava su piazzale della Rosa. Un’osteria, quella di piazzale della Rosa, che indubbiamente avrà avuto la sua clientela abituale: gli artigiani che tenevano bottega nei borghi attigui come borgo delle Caligarie (conciatori di pelli) o borgo del Gesso dove erano attivi numerosi magazzini di gesso. Clienti dell’osteria saranno stati anche gli «scovén», quei contadini che, nella stagione autunnale, si radunavano in piazzale Santa Apollonia, denominato «delle scope», per vendere il frutto del loro raccolto: erica, saggina, melica che servivano appunto per fare le scope. «Questi artigiani commercianti improvvisati arrivavano in città - riporta Ferraguti nel suo libro - passando da Porta Pidocchiosa (in via Maestri), scendevano lungo la Strada dei Genovesi (via Farini) e si fermavano a contrattare la loro merce in un piazzaletto attiguo ai Portici dei Crociferi». E lì esponevano la loro mercanzia: «scòvvi da tlarén’ni» (da ragnatele), «scòvvi da stala» (ramazze), «scòvvi ‘d sangonéla» che si usavano prevalentemente nell’aia e nel pollaio, «scòvvi da rudén», «scòvvi da ca'», erano quelle migliori utilizzate in casa mentre gli scopini erano il «mansarén» o la «mansarén’na», utilizzati per togliere la farina dal tavolo quando si faceva la «fojäda» (sfoglia) o per tenere pulito il pavimento dalla cenere accanto al camino, mentre un altro tipo di scopino era la «spasètta» che veniva usata per le pulizia della «turca».

La Lina, mitica ed indimenticabile «cavalära», biografa di piazzale della Rosa che conosceva palmo a palmo, per tanti anni dietro al banco dell’antica macelleria equina di via Maestri (ora gestita dai fratelli Gianni e Angelo Simonetti dove al «cavàl pisst pärla al dijalètt pramzàn»), confidò al cronista che un patriarca del borgo rammentava che nell’«Osteria della Rosa», in inverno, si radunassero gli «spaladór äd néva» che ammucchiavano la neve in piazzale Santa Apollonia, dopo averla spazzata in strada Farini e borghi limitrofi, per un salutare spuntino a base «äd pè äd gozén», polenta e «marluss fritt» mentre sulla grossa stufa troneggiava «'na brónza äd brod» che veniva servito « in-t-i scudlén» con una generosa «correzione» «äd lambrùssch». «Ròbi - sosteneva la Lina - da scaldär stòmmogh e orècci».

Lorenzo Sartorio