Cinema

Quarant'anni fa «Ladyhawke» trasformò Torrechiara in «Cinecittà»

Maria Chiara Pezzani

Sono passati 40 anni ma qualcuno ricorda ancora quando Hollywood arrivò a Torrechiara: un borgo che cambiò totalmente volto, la troupe, gli animali, gli attori, allora semisconosciuti e poi divenuti star, la vita degli abitanti che cambiò nei ritmi e nella quotidianità.

A Natale del 1985 infatti usciva nei cinema un film divenuto immortale, una favola medioevale che combina avventura, scenari iconici e un amore maledetto, quello dei due protagonisti «sempre insieme, eternamente divisi»: «Ladyhawke», il kolossal diretto da Richard Donner, che vantava un cast di giovani talenti - Rutger Hauer, Michelle Pfeiffer e Metthew Broderick – e il direttore della fotografia già vincitore di due premi Oscar, Vittorio Storaro.

Il film non ebbe un buon riscontro al botteghino - gli incassi furono poco più di 18 milioni di dollari a fronte degli oltre 20 di produzione -, ma nel tempo divenne un piccolo cult, grazie alla formula che combina diversi elementi, ma anche all’ambientazione tutta italiana (a dispetto del nostro adattamento francofono). Una miscela di diverse località e borghi medioevali, in cui spicca il castello di Torrechiara, reso memorabile – e conosciuto in tutto il mondo -: basta pensare alla scena iconica dove svetta maestoso alle spalle delle guardie che cavalcano lungo la collina. E nel tempo tanti appassionati si sono divertiti a individuare «i propri luoghi» nelle immagini del film.

L’ingresso e il cortile di Aguillon, dove risiede il malvagio vescovo, sono del castello, così come altre scene con il giovane Broderick nel borgo sotto il muraglione.

Un «gioco» che aveva fatto anche Federica che ricorda perfettamente l’atmosfera e ogni dettaglio di quel periodo. Agli occhi di una bambina di 10 anni l’irrompere della produzione americana è stato un avvenimento grandioso.

«Ci eravamo trasformati in una piccola Cinecittà – racconta -. Avevano completamente trasformato il borgo, ad esempio ricoprendo alcuni muri in cemento di cartapesta per simulare i sassi. Era come vivere su un set: non potevi affacciarti dalle finestre, non potevi uscire come di consueto a giocare con gli amici. Ci avevano anche tolto l’antenna perché si vedevano dalle riprese aeree ed quindi eravamo senza televisione. Un paio di giorni non siamo neanche andati a scuola, quindi ho vissuto davvero la novità. Abbiamo assistito alla registrazione di alcune scene, anche di fronte a casa mia, e non nascondo la delusione al cinema nel non rivederle come le hai vissute».

I ricordi sono vividi, come se il tempo non fosse passato.

«Ricordo il momento della selezione delle comparse giù al Mulino, quando cercavano donne di una certa età e bambini; gli animali, come il cavallo nero su cui qualche bambino aveva fatto la foto, e il falco, che si faceva sentire con il suo stridere. E poi Michelle Pfeiffer: con lei in tanti avevano fatto delle foto, ma allora nessuno la conosceva – dice ridendo, pensando a quella giovane attrice diventata star -. È stato un periodo eccezionale, vissuto da vicino, che aveva coinvolto davvero il borgo».

Maria Chiara Pezzani