Testimonianze

«Il nostro Venezuela, così ricco e così sfortunato»

Roberto Longoni

Povero ricco Venezuela. Il suo sottosuolo è un forziere, le sue tavole distese di piatti vuoti. Povero Venezuela, tra speranza e angoscia, con la seconda ben più presente. «Siamo a un inizio e non si sa come andrà a finire. E neanche quanto ci vorrà, perché finisca bene». Per Sandra Cannova - come per i tanti connazionali sparsi per il mondo - il lieto fine significa un cambiamento radicale. Che faccia coincidere il ritorno della democrazia con la ripresa di una vita senza più paure: né di dire come la si pensa né di uscire di casa. Da anni alla dittatura del regime fa il paio quella della criminalità: dei narcos e di chi assalta i passanti in pieno giorno. Anche questo sottrae libertà.

Fu una pistola puntata alla testa a convincere Sandra Cannova a espatriare, dieci anni or sono. «Con mio marito, eravamo già stati costretti a chiudere il nostro negozio di forniture farmaceutiche - racconta lei, figlia di una venezuelana e di un immigrato 18enne dalla Sicilia -. Subii una rapina a mano armata per strada e temetti il peggio: c'è chi ha ucciso per un paio di scarpe. Dissi basta. Con mio marito e nostro figlio, allora di otto anni, venimmo in Italia».

Ordinaria paura da altissima densità criminale, a sua volta diretta conseguenza di una miseria sulla quale il regime farebbe leva per mantenere il potere. Nemmeno questo però sarebbe bastato alle elezioni presidenziali del '24. «Grazie al voto elettronico - sottolinea Aandra Cannova - si stabilì con certezza che a vincere era stato Edmundo Gonzales Urrutia (della coalizione di opposizione alla quale appartiene anche la premio Nobel per la pace Maria Corina Machado, ndr): Maduro restarono al potere solo grazie ai brogli elettorali».

La miseria e la leva del clientelismo. «Loro si dicono dalla parte dei poveri perché ai poveri distribuiscono bonus per il supermercato e i figli, anziché creare posti di lavoro: intanto, l'industria petrolifera lavora al 10 per cento - spiega l'espatriata -. E dicono che chi rapina fa bene, perché toglie ai ricchi per dare a chi non ha niente. Peccato che i veri ricchi siano loro, che ostentano vestiti di sartoria, scarpe e Rolex costosissimi». Loro, manco a dirlo, sono i quadri del regime e i vertici dell’esercito.

Sul futuro, nessuno azzarda previsioni. Impossibile, quando anche il ritorno in ufficio dalle ferie per molti è un'incognita. «Ho sentito stamattina (ieri, ndr) mia sorella a Valencia - prosegue la 55enne italo-venezuelana -. Alla figlia, impiegata a Caracas, è stato detto di rimandare il rientro nella Capitale, in attesa che la situazione sia un po' più chiara». Una parola, quando lo stesso regime è diviso in fazioni. «Si rischia il tutti contro tutti» dicono altri espatriati. Meglio restare a Valencia, più tranquilla di Caracas. Tranquilla, con il suo milione e mezzo di abitanti? «Già. La situazione è migliorata, dopo l'esodo di molti criminali da Venezuela e Colombia: ne sa qualcosa il Cile che li ha accolti».

Eppure, ci fu un periodo in cui il Venezuela era la vera America, come sanno i tanti che vi si trasferirono, lasciando lavori sicuri a Parma per ripartire da zero. Laggiù diedero vita a un florido Ducato caraibico, retto dall'ex partigiano Giovanni Vignali. «Nostro padre Giorgio ci andò nel 1947». Andrea Medici, nato Andrès a Caracas 73 anni fa, racconta degli anni del presidente Jimenez, delle «possibilità per chi aveva voglia di darsi da fare». «Uno guadagnava bene, se lavorava - gli fa eco la sorella Gabriella, Gabriela stando al passaporto venezuelano, con Andrès nel negozio di fotografia in borgo Collegio Maria Luigia -. E poi c'era tanta solidarietà tra noi». Lei aveva solo due anni, quando rientrò a Parma con il fratello e il resto della famiglia (tranne il padre, rimasto a Caracas fino al 1963), ma le bastano i ricordi di famiglia, per sentirsi più Gabriela che Gabriella. Così come il mal d'Africa, esiste la febbre del Venezuela: lei ne è affetta.

Febbre che fa battere il cuore, ma anche soffrire. Lei racconta di una cugina consulente legale espatriata negli Stati Uniti pochi anni fa, dopo essere stata incarcerata perché indagava su un cartello della droga. «Succede questo - dice Gabriela Medici - così come è accaduto a una conoscente di recarsi in commissariato e scoprire che a rapinarla era stato lo stesso poliziotto con il quale stava parlando». Certo, non che sia mai stata la patria delle sicurezze, il Venezuela. «Dopo essersi sposati per procura - raccontano i fratelli Medici - nostra mamma raggiunse in un secondo tempo papà. Ma la sua nave dovette stare ferma in baia tre giorni, perché era in corso una rivoluzione». A far rientrare a Parma la famiglia, poi, fu - durante l'ennesima ondata di criminalità a Caracas - un proiettile vagante che sfiorò uno dei quattro fratelli sul balcone di casa. Era il 1960. «Ma ora i balconi sono avvolti da gabbie, così come i cortili, e bisogna vestirsi da straccioni per andare per strada. Da 25 anni c'è una feroce dittatura che incarcera gli oppositori. È angosciante vedere ridotto così il nostro Paese, che sarebbe il più ricco del mondo - dice Andrès, con voce commossa -. Il popolo non vedeva l'ora che accadesse qualcosa».

Roberto Longoni