Intervista
Una contaminazione tra cantautorato, pianismo classico e musica elettronica. Testi che sembrano pagine di diario, nati da un bisogno e non basati su regole predefinite. Sono alcuni degli elementi che definiscono la musica di Giulia Mei. La cantautrice aveva partecipato alle audizioni di X-Factor nel 2024 con il suo singolo «Bandiera», che oggi ha superato i 4 milioni di ascolti su Spotify.
«Da quel momento - racconta - sono successe molte cose belle». A marzo 2025, infatti, è uscito il suo secondo album intitolato «Io della musica non ci ho capito niente». Un disco che è stato presentato durante un tour di oltre 50 date che terminerà questa settimana in Emilia-Romagna. Ed è in questo contesto che stasera alle 22.30 Giulia Mei tornerà a esibirsi a Parma, questa volta full band, per la rassegna Barezzi Off al The Hub.
Ad aprire il concerto sarà Giulia Leone, giovane artista che si distingue per l’introspezione e la profondità emotiva dei suoi brani, spesso incentrati sui percorsi di crescita.
Questa è la penultima data del tour in cui presenta il suo album «Io della musica non ci ho capito niente». Da dove nasce questo titolo?
«Il titolo nasce dalla voglia di riprendersi l’autenticità, la spontaneità nella scrittura che un po’ ci precludiamo. Tutte le regole, le aspettative e le forme prestabilite a volte non ci permettono di guardarci dentro ed esplorare in maniera libera e fanciullesca quello che vogliamo creare. Invece penso che l’atto creativo dovrebbe rompere sempre un po’ gli schemi. Quindi da questa presa di posizione, dicendo “io della musica non ci ho capito niente”, ricomincio da capo e mi riprendo questa creatività, questa libertà».
Crede che il suo stile musicale, difficile da incasellare, possa incontrare degli ostacoli maggiori?
«Potrebbe, ma tante volte è anche stato accolto. In generale credo che seguire un percorso interno e un modo di fare musica totalmente indipendente e scevro dalle aspettative esterne a livello di sound, di mercato e di forma può essere più complicato. Allo stesso tempo però è anche più bello. Quel rischio a volte ripaga, altre no, ma non importa».
Dai suoi testi emerge un bisogno di superare le pressioni, le sovrastrutture imposte dall’esterno. Che ruolo ha la musica in questo processo?
«È qualcosa che mi dà una voce e che mi permette di farla arrivare anche ad altre persone. Magari all’inizio un brano parte da un mio accordo, una mia idea, ma la cosa bella è che poi diventa di altri. È quello che un po’ accade quando le persone si uniscono e scendono in piazza. L’idea che le persone si possano unire e mettere in movimento qualcosa è bello. Non è detto che debba essere qualcosa di politico, anche raccontare la vita quotidiana da un punto di vista diverso può unire, dare una chiave di lettura diversa».
Effettivamente, durante il concerto sono previsti momenti di contatto diretto con il pubblico. In cosa consistono?
«È letteralmente un contatto diretto: scendo tra le persone in una parte del live. È un momento in cui la barriera tra chi sta sopra il palco e chi sta sotto non esiste più. Per quanto mi riguarda, però, non è una cosa che succede solo quando scendo dal palco, è un dialogo continuo. Cantare per me significa anche guardare negli occhi le persone, vedere chi sono e come vivono la canzone che sto cantando. E ogni volta è diverso perché le persone sono diverse».
Elena Mangiarotti
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