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Maltrattamenti

Botte e una vita da schiava. Ora il marito pagherà

Condannato un 45enne

Botte e una vita da schiava. Ora il marito pagherà

22 Febbraio 2026, 03:01

Sola. Confinata in casa. E con un figlio di 7 anni autistico. Rinchiuso nei pochi metri di un bilocale, il mondo di Joy (la chiameremo così). Quella era la sua vita fin dal 2016, quando era arrivata in Italia dal Senegal con il bambino di qualche mese e il marito. Non una sua scelta, la «clausura», ma l'ordine di quell'uomo che, dopo sei mesi da quando avevano trovato casa a Parma, aveva programmato le sue giornate. «Badare alla casa e accudire il figlio», questo era il diktat.

Ma quando Joy ha cominciato ad essere insofferente, anche solo a obiettare timidamente, sono arrivate le botte. Una notte di febbraio del 2019 l'aveva buttata a terra e presa a calci fino a romperle un braccio. Accusato di maltrattamenti e lesioni aggravate, l'uomo - 45enne, senegalese - è stato condannato a 3 anni e 6 mesi dalla giudice Francesca Merli, come richiesto dalla pm Marirosa Parlangeli.

Doveva essere l'inizio di una nuova vita, quel trasferimento in Italia. Una prospettiva migliore anche per il figlio. E invece il marito era diventato sempre più ossessivo. «Non voleva che avessi rapporti con nessuno. Così, non avevo nemmeno la possibilità di imparare l'italiano», aveva poi raccontato Joy ai carabinieri.

Non aveva nemmeno parole da condividere. Tra lei e il mondo fuori, una barriera insormontabile. Eppure Joy, già dal 2016, pochi mesi dopo l'arrivo a Parma, aveva tirato fuori le unghie. Aveva alzato la voce, rivendicava la sua libertà, ma lui le si era avventato contro: pugni e schiaffi che le avevano segnato il volto.

Si sentiva umiliata. Prostrata. Ma non aveva fatto denuncia e nemmeno era andata a farsi visitare. «Avevo paura di lui», aveva poi confessato ai carabinieri nella denuncia.

Si sentiva fragile. Indifesa. Con un figlio malato da crescere. E in fondo sperava che quel marito potesse cambiare. Ma l'anno successivo si era scagliato ancora su di lei: calci in tutto il corpo, che per settimane le avevano lasciato lividi su gambe e braccia. E poi era sempre lì, prigioniera tra quelle quattro mura.

Come due anni dopo, quando il suo braccio era finito in frantumi. Lui avrebbe voluto che firmasse un documento, ma Joy si era opposta. «Non so una parola di italiano, non capisco, cosa mi fai firmare?». E quelle obiezioni erano bastate per scatenare una reazione violentissima. Ma all'ospedale aveva raccontato di essere caduta.

Un'altra menzogna, però subito dopo aveva acquisito una forza che forse nemmeno lei pensava di avere: senza troppi giri di parole, aveva detto al marito che le loro strade dovevano separarsi. Ma poi passeranno ancora tre anni prima che lui decidesse di trasferirsi in un altro appartamento.

Non c'erano state più aggressioni, però. Come se lui si fosse reso conto di avere di fronte un'altra donna: consapevole e decisa. Fino a quando, sentendosi dire un altro no, era tornato l'uomo di sempre, nonostante vivessero ormai da quattro mesi in case diverse. Joy si era opposta al fatto che lui portasse da solo il figlio a Roma per una visita oculistica, o almeno era ciò che aveva spiegato. Si era precipitato da lei, le aveva rifilato uno schiaffone, poi l'aveva spinta a terra.

L'ultima volta. Si era rialzata. E non è più caduta.

Georgia Azzali

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