Calestano
Il tartufo di Fragno ha il suo museo per celebrarlo
Viaggio immersivo attraverso sei sezioni
Calestano Ambienti in pietra, piccoli e sotterranei in cui sono raccolte storia, testimonianze, esperienze, idee, sapori.
Sono le vecchie carceri, sede ideale per un prodotto come il tartufo di Fragno, che da oggi ha il suo Museo, il numero 9 dei Musei del Cibo della provincia di Parma, che va ad arricchire il percorso gastronomico della Food Valley.
Le sue caratteristiche erano state elogiate per prime dal Petrarca che, ospite di Azzo di Correggio al Castello di Guardasone, l’aveva assaporato. Nuovo l’approccio di visita al percorso concepito e strutturato come una caccia al tesoro con premio finale; un invito a sollecitare l’olfatto, il tatto, la vista, ad annusare gli odori dei tartufi, tastarne la consistenza, ammirarne la ricerca sul territorio nei video girati da cameramen speciali, fra gli «attrezzi del mestiere».
Gli spazi piccoli ma accoglienti sono suddivisi in sezioni. La prima è dedicata al territorio della Val Baganza da riscoprire nella sua bellezza con il Monte Sporno, il Montagnana e i siti di grande rilevanza geologica con i “Salti del Diavolo”, parte visibile di una formazione sedimentaria antichissima e i Flysch di Monte Cassio.
La seconda sezione è dedicata alla raccolta. Un tempo venivano utilizzati i maiali oggi è stabilito per legge che ad aiutare l’uomo debba essere un cane addestrato, come il “Lagotto di Romagna” che appare già nel 1456 in un dipinto di Mantegna nella Camera degli Sposi di Mantova ai piedi del marchese Lodovico Gonzaga.
La terza sezione si occupa della botanica. Cosa è il tartufo, come nasce, vive e come funziona la sua particolare strategia per la riproduzione in un territorio ammantato di boschi di carpino, roverella e nocciolo.
Molte le note storiche. Dagli antichi che credevano che i tartufi si trovassero precisamente dove cadevano i fulmini fino al 1800 quando l’italiano Vittadini e il francese Chatin giunsero a una sistematica catalogazione delle varietà più pregiate.
La quarta sezione, ospitata all’interno della suggestiva torre in pietra, offre una esperienza immersiva in video nel bosco alla ricerca del tartufo.
La quinta è dedicata alla gastronomia e ai personaggi storici amanti del prezioso fungo ipogeo come Lucrezia Borgia o Giuseppe Verdi, che narrano in prima persona il loro «piacere» nell’assaggio. E poi le ricette, le antiche e le più recenti, oltre alla mixology a base di tartufo da scorrere su una tavola touchscreen.
La sesta ed ultima sezione si occupa della storia del tartufo dalle prime tracce su tavolette cuneiformi imputabili agli Assiri che già si cibavano di tartufo, ai Greci e Romani. È Alessandro Bajardi a descriverne nel 1500 le presunte doti “afrodisiache” in una ode cortigiana inviata, con tanto di tartufi all’amata. Ma si parla anche del tartufo nell’arte, delle famiglie dedite da generazioni alla cerca, fino al Consorzio del Tartufo di Fragno e alla normativa che ne regola la raccolta, per un percorso che vive del territorio e nel territorio. Il museo, voluto dal Comune di Calestano, è stato finanziato dal GAL del Ducato attraverso fondi regionali ed europei, progettato da Giancarlo Gonizzi, coordinatore dei Musei del Cibo, per la parte museografica, dall’architetto Alberto Bordi per l’allestimento e da Giulio Belletti per la parte grafica. Omnimedia ha curato l’automazione e tutti gli apparati multimediali e Team Work l’allestimento.