NFT
I tesori di Stato «svenduti» sul digitale? Il Ministero frena. Coinvolta anche "La Scapigliata" alla Pilotta
Il caso portato alla luce da Le Iene
I tesori dello Stato «svenduti» sul digitale. Esplode con un servizio tv delle Iene, anticipato nei suoi contenuti da un lungo articolo di Repubblica oggi in edicola, la questione degli Nft nei musei italiani. La sigla sta per Not fungible token e nasce per indicare opere d’arte digitali che vengono rese uniche grazie alla registrazione in un albo pubblico, la blockchain.
Un fenomeno che negli ultimi tempi ha aperto le porte a un mercato milionario e che ora vale pure per le copie digitali dei capolavori custoditi nei musei. Non opere d’arte originali quindi, bensì riproduzioni a grandezza naturale di opere icona che vivono su uno schermo, una sorta di merchandising di lusso, insomma, rivolta a ricchi collezionisti piuttosto che ad altri musei o organizzatori di mostre. Dal British Museum di Londra al Belvedere di Vienna, diversi musei del mondo stanno sperimentando da tempo questa estensione del bookshop. E lo stesso vale in Italia, dove però, almeno per i musei di Stato, il ministero della Cultura, già un anno fa, ha chiesto ai direttori di non rinnovare i contratti in essere, per aprire un tavolo di consultazione e mettere a punto delle linee guida che valgano come orientamento per tutti in un settore complesso ma anche in continua trasformazione.
Interviene invece la politica, da Montevecchi (M5s) che chiede di avviare indagine conoscitiva, proposta che subito viene accolta, ai deputati Lega che tornano sulla necessità di una regolamentazione. Sollecitato dai cronisti, il ministro Franceschini per ora non risponde. Ai microfoni delle Iene però aveva sottolineato anche lui la necessità di procedere ad una regolamentazione per un fenomeno che è cresciuto molto in fretta. Sul sito della società milanese intanto, le opere dei principali musei italiani risultano ancora in catalogo: dal celeberrimo Tondo Doni di Michelangelo alla Madonna del Cardellino di Raffaello ci sono tutte le 40 opere che gli Uffizi avevano selezionato nel 2016 per il Daw. Così come la Scapigliata di Leonardo, capolavoro della Pilotta di Parma, la canestra di frutta di Michelangelo esposta alla Braidense di Milano, il bacio di Hayez della Pinacoteca di Brera, l’Ecce Homo di Battistello Caracciolo di Capodimonte. «Non possono venderle, il contratto è finito», assicura Schmidt.» Le continuiamo a vendere perchè sono di nostra proprietà» ribatte ai microfoni delle Iene Franco Losi, uno dei due ideatori della società milanese. Sarà ma sembra un bluff, perchè i contratti con i musei prevedono che per mettere in vendita una copia digitale serva comunque l’ok del museo e del ministero. Il catalogo comunque è ancora lì, con tutti i capolavori.