CHIETI

La famiglia del bosco chiede la revoca dell'assistente sociale

'È ostile'. Esposto dei legali alla vigilia dei test psicologici

(ANSA) - CHIETI, 29 GEN - "È ostile" e "non ha svolto il proprio incarico con l'imparzialità richiesta dal ruolo". Per queste ragioni, in sintesi, gli avvocati della famiglia del bosco, Marco Femminella e Danila Solinas, hanno presentato un esposto chiedendo la revoca dell'assistente sociale nominata dal Tribunale, Veruska D'Angelo. Una richiesta che arriva alla vigilia dei test psicologici disposti dal Tribunale dei minorenni sui genitori che dovrebbero prendere il via proprio domani. Nel documento di otto pagine, anticipato questa mattina da alcuni quotidiani, i legali parlano di un "conflitto personale" e di una gestione "ostile e manchevole" da parte dell'assistente sociale nei confronti della famiglia. Nell'istanza, Femminella e Solinas tentano di smontare pezzo pezzo le ricostruzioni dell'assistente sociale sin dalla sua nomina sottolineando anche la chiusura da parte della professionista ad alcune richieste che sarebbero arrivate dagli stessi bambini che, dal 20 novembre scorso, stanno vivendo in una casa famiglia insieme con la mamma. Secondo gli avvocati, infatti, D'Angelo si sarebbe opposta non solo alla richiesta di telefonate con nonni e parenti ma anche a quella di incontrare alcuni amichetti. Gli avvocati contestano anche le modalità degli incontri, con la scorta dei carabinieri, avvenuti nel casolare prima della sospensione della responsabilità genitoriale. Ma criticano anche la ricostruzione dell'intossicazione da funghi che, secondo loro, sarebbe stata fatta passare come un avvelenamento. Non solo. quello che viene contestato all'assistente sociale è anche la presunta violazione del Codice deontologico professionale. "Il privilegiare ad ogni costo lo sviluppo della sfera emotiva a discapito di quella cognitiva - scriveva in una relazione dello scorso dicembre, e riportata dal quotidiano Il Centro - rappresenta una adulterazione che deve necessariamente portare alla difesa dei diritti dell'infanzia". Per gli avvocati, questa è la prova regina del pregiudizio. L'operatrice si sarebbe eretta a "censore", giudicando "sbagliato" un metodo educativo diverso dal proprio e decidendo di correggerlo con la forza dell'autorità pubblica. E, per la difesa, avrebbe anche violato il "principio di riservatezza", rilasciando dichiarazioni alla stampa. (ANSA).