L’occhio del Dragone

Anche i quadri, a volte, non han voglia di farsi guardare

Paololuca Barbieri Marchi

“Oggi non paghi”,“it’s on me”, e mi strizza l’occhio. La cassiera del Cellar Dog mi ha preso in simpatia e mi ha appena offerto un’ora di biliardo. Sembra una cosa da poco ma a New York non ti regalano mai niente. E’ un gesto raro. Incasso il colpo ringrazio ed esco quasi perplesso. Devo andare a un’opening in Chelsea. Una cosa un po' improvvisata. Josh Smith, fa una mostra pop-up di una settimana nel “garage” di David Zwirner (garage si fa per dire, è comunque una super galleria!).
Ci sono i suoi nuovi quadri di ritorno da Los Angeles e il lancio del suo nuovo disco. La mostra e un fuori programma, comunicato via social, per cui la folla è composta più da amici suoi che da clienti di Zwirner.

I quadri sono molto belli, di grande formato e con una palette pop-rock. Come spesso succede nelle sue mostre il soggetto dei quadri è quasi sempre lo stesso, come fosse uno shooting di moda con le varie pose della modella. In questo caso la modella è la morte in bicicletta, ma la scena è declinata in maniere assurde come dei ricordi sbagliati durante un interrogatorio. Cercando l’indirizzo della mostra ho visto su Instagram che Josh ha un biliardo in studio, prima o poi lo sfido.

Domenica mattina sono andato al Whitney, non c’erano openings o nuove mostre, ma c’era il riscaldamento. Stavo passeggiando con mia moglie lungo il fiume Hudson e un vento gelido e insostenibile arrivava dal New Jersey come il traffico dell’Holland tunnel. Ci siamo riparati nel museo. Era mattino presto, poco prima dell’apertura ma ci hanno fatto entrare lo stesso. Per la prima mezz’ora non è arrivato nessuno e abbiamo visto due mostre da soli, con i quadri che si stavano ancora svegliando e non erano per nulla contenti di vederci. Uno tra tutti aveva un cartello con scritto «vietato fotografarmi». L’unico in tutto il museo che non si poteva fotografare. Peraltro un quadro particolare, che ha attirato subito la mia attenzione. «Andrew Myrick - Let Em Eat Grass» è un piccolo capolavoro dell’artista T.C. Cannon. La guardia che stazionava al suo fianco e che non ho capito bene se avesse dormito lì con i quadri, mi ha spiegato che si tratta di un prestito del governo e che non sono stati concessi i diritti di riproduzione. La storia che racconta il quadro però è controversa. Il quadro di per sé sembra innocuo, un paesaggio pop idilliaco con un grande prato e una figura distesa supina che ti guarda con dell’erba in bocca. La scena e l’evento di cui narra sono invece molto cupi. L’artista, nativo americano, lo racconta con un linguaggio cromatico leggero e quasi celebrativo e un tratto del pennello che assomiglia a quello di un pennarello. Verde acceso, giallo azzurro poche ombre e tanta luce, seppur la scena racconti fatti per certi versi tenebrosi. Il quadro immortala il momento in cui fu scoperto il cadavere di Andrew Myrick, trader del grano che si rifiutò di cedere grano a credito alla tribù dei Dakota e quando gli fu detto che stavano morendo di fame, aveva risposto con un lapidario: «fategli mangiare l’erba!». Fu ritrovato morto su un prato con dell’erba in bocca e nel sedere, oltre che aver subito varie mutilazioni. Fu l’inizio della sanguinosa guerra dei Dakota e lui fu il primo a cadere. L’artista lo ritrae così, sdraiato supino con la faccia sul prato che guarda verso lo spettatore. A non conoscere la storia potrebbe sembrare un momento di relax al parco.

Di sicuro questo quadro non si era svegliato bene e anche se la foto alla fine l’ho fatta lo stesso, non era contento di vedermi.

Il nuovo Whitney progettato da Renzo Piano è bellissimo. Sembra di essere nella pancia di una nave con la prua e la poppa di cristallo. La prua punta verso est che alle 9 del mattino vuol dire dritti verso il sole mentre sbuca dai grattacieli, ma anche, per noi italiani, verso casa. A ovest, in poppa, sembra di star galleggiando sull'Hudson River.

Le vetrate di dieci metri da terra a soffitto senza infissi rendono l’effetto epico.

Lo spazio dentro ha la qualità delle grandi cattedrali e le opere lo abitano come se fossero a casa, con naturalezza, come gli affreschi in una chiesa.

Scendiamo di un piano prendendo le scale, ho una grossa baguette sotto il braccio, presa in passeggiata e sto cercando di nasconderla alle guardie per non farmela portare via. Sbuchiamo così alla mostra delle «donne surrealiste» (non lo sono poi tutte?). Così mi era stata raccontata, anche se non sono presenti solo artiste donne.

Ci accolgono 3 cammelli distratti e imbalsamati dall’artista Nancy Graves. Stanno brucando il pavimento e di tutto sembra abbiano voglia tranne che di incontrare degli umani. Chissà se questa è la posizione in cui li hanno lasciati il giorno prima o se, nella notte, si sono spostati, magari andando a curiosare al piano di sopra, come ho fatto io.

E’ mattino anche per me e la mia mente mi fa scherzi strani. Mi chiedo quali delle opere, fosse in «hung-over» (ancora ubriachi dalla sera prima) e mi metto a cercare. Di sicuro il gabinetto sgonfiato di Oldenburg non me la racconta giusta. Sembra sogghignare mollemente reggendosi a stento ad un’impalcatura di metallo. Bello e dannato. Oldenburg nel suo manifesto dichiarava: «Sono per un’arte che sia politica-erotica-mistica, che faccia qualcosa di diverso dallo starsene seduta sul culo in un museo».

Poco distante lo osserva con sguardo distante e rassegnato il ritratto di Andy Warhol, dipinto da Alice Neel, poco dopo che gli avevano sparato alla pancia. Conosciuta nel giro come una «collezionista di anime», Neel coglie in questo dipinto la vulnerabilità di Warhol il cui lavoro e la cui immagine pubblica erano noti per un distacco glaciale. Lo ritrae come isolato, ferito e ripiegato su se stesso, mostrandoci un lato inaspettato. E forse più profondo di Andy. L’icona del pop si presenta nella sua fragilità umana, senza filtri o parrucche… d’altronde è domenica mattina.

Sono stato sul masso sotto al quale la famiglia Neel ha seppellito Alice. Lo toccavo con la mano cercando di rubare del talento per osmosi. Ero ospite nella loro splendida tenuta in Vermont. Un paradiso bucolico creato a suon di quadri. La famiglia Neel è una di quelle famiglie americane su cui si potrebbero scrivere diversi film. Al di là di Alice, genio assoluto della pittura americana, su cui hanno già fatto diversi film, conosco bene il figlio Hartley, radiologo di fama internazionale e i suoi figli miei coetanei Elizabeth e Andrew Neel, lei pittrice e lui filmmaker. Li ho conosciuti bene quando Andrew e suo padre Hartley sono venuti con me e tutta Alterazioni Video in Etiopia a girare un film sulle tribù del futuro («Ambaradan», Alterazioni Video, 2014).

Mentre mi perdo tra i ricordi davanti al quadro di Alice, non mi accorgo che ormai è entrata altra gente.

Non tutte le opere hanno fatto baldoria ieri sera. C’è un Hopper immacolato che sa di mattina fresca e in famiglia. Bellissimo per come è trattata la luce e per la naturalezza della scena, ma mi ha fatto venire in mente il vicino di casa rompiballe, il Ned Flanders dei Simpson per intenderci, quello che se non abbassi la musica chiama le guardie.

Tra i «condomini» meno simpatici ci sono anche le bottiglie di Coca-Cola tutte vuote lavate e impilate da Andy Warhol. Più che da una festa sembrano uscite da un incubo notturno di un ossessivo compulsivo.

Girovagando con la mia baguette invisibile sotto al braccio sono finito nella stanza dei bambini del mio condominio immaginario. Un’intera sala dedicata al circo di Calder. Ti veniva voglia di sederti per terra e metterti a giocare rianimando i suoi personaggi. C’erano trapezisti, uomini forzuti, tigri, cannoni ma tutto fatto con filo di ferro e poco più.

Ho pensato a quando ciascuno si costruiva la metà dei propri giochi. Bastava niente per sdoganare la fantasia. Uscivi da una sessione di gioco che ti sentivi soddisfatto quanto uno scultore quando vede la propria scultura parlare.

Rimanere bambini, alla fine ogni artista non cerca altro, se non la possibilità di giocare tutti i giorni, facendosi accompagnare dalla bellezza.

*Co-fondatore del collettivo artistico @alterazionivideo, partner della galleria a New York @falconart_nyc, e presidente dell’associazione no-profit per l’arte contemporanea @Dragone_arte a Parma.