La domenica - L’occhio del Dragone
L’Isola che non c’è a New York si chiamava O’Flaherty Gallery
Ho conosciuto per la prima volta Jamian Juliano-Villani in un piccolo ristorante ucraino nascosto all’interno di un palazzo dell’East Village; era da poco scoppiata la guerra ed essendo la sua galleria lì vicino abbiamo deciso di mangiare gulash, manco fosse un gesto di solidarietà (ma in qualche modo lo era). Mi ha subito affascinato come personaggio: minuta, con la voce alla Janis Joplin, vestita da skater del futuro e una coinvolgente risata. Conoscevo i suoi quadri, credo che al tempo fosse già rappresentata da Massimo De Carlo, ma avevo scoperto da poco che aveva aperto una galleria lì vicino e mi ero perso la prima grande mostra dell’estate. Mi raccontò che aveva deciso di aprire la mostra a chiunque volesse esporre un lavoro. A un giornalista curioso che le chiedeva come fosse venuta fuori con un’idea così pazza aveva risposto: «Agli artisti non frega niente delle collettive estive, ti ritrovi di fianco a degli estranei che nulla hanno da spartire con il tuo lavoro» e così aveva trasformato una noiosa collettiva estiva in un evento che aveva paralizzato il quartiere. Alla fine gli artisti erano 800. Immaginatevi cosa è successo: sembrava avessero vinto lo scudetto. Una festa che ha dilagato sulla strada e che ha richiamato giornalisti e forze dell’ordine. O’Flaherty aveva aperto i battenti e se ne sono accorti tutti!
Al suo fianco, immerso nel gulasch, c’era Billy Grant, un mezzo genio che sembrava fosse perennemente appena uscito dalla lampada ma mai completamente sveglio. Era impossibile per me capire cosa mi dicesse, il suo inglese impastato e ricco di citazioni a me sconosciute mi sembravano una litania induista, ma le sue espressioni da orsetto alterato me lo rendevano subito simpatico. Che coppia, pensai!
Da quella cena in poi Jamian era diventata per almeno due stagioni la stella più luminosa della scena dell’arte: «New York Times», «Artforum», riviste di moda, tutti volevano un pezzo di Jamian ma lei era scaltra come un gatto a non farsi intrappolare. Bravissima a creare storie mitopoietiche sulla sua ascesa, al limite tra realtà ed evento, anche se poi, in privato, era, ed è tutt’ora, una persona molto dolce e sempre disponibile a darti un consiglio.
In quel periodo non aveva paura di niente, come quando, alla Basquiat, sedendo al ristorante al tavolo di fianco a Larry Gagosian, si è alzata, si è presentata e nell’arco di 30 minuti ha ottenuto una personale da lui. Una vera bomba.
Come gallerista è riuscita a incanalare una serie incredibile di mostre, una più inaspettata e più «cool» dell’altra: da artisti dimenticati dal mercato che costruivano case giocattolo giganti (Donna Dennis, «Houses and Hotels», 2024), a collettivi austriaci che diventavano sculture in gesso, poi pizze giganti e rimanevano in performance per due settimane di fila (Gelitin, «O’Flaherty’s Gelatin O’Flattering», 2023), fino a incontri all’ultimo sangue tra grandi maestri dell’arte (nonché grandi amici) come Matthew Barney e Alex Katz («The Bitch», 2024).
Ho mangiato nel loro ristorante illegale (avevano trasformato la galleria in una taverna del NJ, dove non sapevano cucinare ma andarci ti faceva sentire parte di una scena, peraltro a poche centinaia di metri da dove quasi 50 anni fa aveva aperto «Food» di Gordon Matta-Clark).
La sua ascesa è poi culminata con la sua mostra personale (come artista) da Larry Gagosian (Jamian Juliano-Villani, It, 2024). L’opening fu un successo, era da tempo che non si vedevano delle code di gente fuori dalla galleria come nei primi 2000: pellicce, extraterrestri, cantanti, truffatori e stilisti, c’era di tutto nel parterre; la mostra era irriverente e sfrontata come una doccia fredda in mezzo a una piazza. Un’altra stella sulla giacca di Jamian. Poi improvvisamente si è spenta la luce, si sono spente le telecamere o meglio i telefonini ed è calato il sipario.
In questi giorni Jamian si è ritirata a vita segreta per qualche mese, prima viaggiando nel Sud dell’America, poi nascondendosi a casa dai suoi genitori. Me la immagino come una piccola Unabomber nella sua stanzina che sta scandagliando il mondo dell’arte per capire cosa manca e come infierire un altro colpo da samurai. Il suo ritiro l’ho vissuto come un «moonwalking» (un’uscita di scena) che all’inizio mi ha fatto preoccupare, ma poi ho capito che come tutti i gatti anche lei ogni tanto deve scomparire, e non è facile scomparire in America.
Ora la galleria è chiusa, di Billy Grant non riesco a trovare notizie, Jamian è tornata a vivere in New Jersey e il mondo dell’arte ha ripreso il suo trotterellare distratto. È stata una meteora luminosissima che ha ridato energia a tanti progetti indipendenti dalle logiche di mercato, che hanno capito di poter esistere. Uno strappo nella rete di relazioni più o meno formali delle gallerie che stanno provando ad avere successo.
Jamian non è mai stata una gallerista; se c’è qualcuno che incarna lo spirito bohémien ma sgamato dell’artista libera dai compromessi, questa è Jamian.
Vi faccio un esempio. Dopo la mostra di Donna Dennis sono passato di lì un pomeriggio e ho trovato Jamian quasi disperata, con la testa sul bancone della sua galleria. Aveva finito tutti i soldi. La mostra di casette giganti era stata pubblicata ovunque e il Moma stava trattando un’acquisizione, ma non avevano più una lira. Mia moglie le propose di farle incontrare dei collezionisti facoltosi per farsi aiutare, ma Jamian rispose con voce roca e rassegnata: «it’s not cool». Aveva fatto salti mortali per distinguersi da tutti gli altri in città e voleva mantenere la propria indipendenza. Non voleva abbassare la testa. Due anni dopo ha dovuto chiudere ma, nella mente di tutti, quello è stato un progetto fuori da ogni logica di mercato che ha ricordato a tutti che per l’arte, quella vera, non si scende a compromessi. O’Flathery è stata uno dei tanti soli oscurati dell’ingordigia del mercato.
L’ho rivista poco tempo fa a una cena di artisti, stava un fiore, aveva lo sguardo vispo di chi sa qualcosa ma ancora non ha detto niente; sono sicuro che la rivedremo presto sulla scena.
Spero un giorno di poter invitare Jamian a Parma. O’Flaherty Gallery è già nella mia personale storia dell’arte, così come Reena Spaulings Gallery, di John Kelsey ed Emily Sundblad, che ancora oggi hanno un programma privo di compromessi. La storia dell’arte si scrive solo con azioni coraggiose - penso - mentre scavalco un enorme blocco di ghiaccio (ma quando è che si scioglie 'sta neve?!?) per arrivare al mio portone.