Lettere al direttore

Questione lupi, come affrontarla

Egregio direttore, nell’intervista in Gazzetta il 27 febbraio, l’esperto Duccio Berzi fornendo il dato di una consistenza di lupi di oltre 10 esemplari ogni 100 chilometri quadrati, la più alta d’Italia, finalmente smentisce quanti consideravano al contrario sovrastimata la presenza di questo selvatico e le conseguenze da questa derivanti.
Purtroppo, ed è un peccato, il dottor Berzi non azzarda un’opinione sull’impatto che la medesima potrebbe avere sia sulla biodiversità che sulle attività umane.
Sulla prima, recenti indagini prodotte da biologi e ricercatori esteri dimostrerebbero che «i lupi non si limitano a uccidere solo le prede vecchie e deboli, ma si avventano anche su esemplari in salute, così come non cacciano solo per necessità, ma a volte uccidono in eccesso». (Barry Lopez, Lupi e uomini, ed. Pickwick, 2019).

Se la Provincia di Parma ospita 350 lupi (il 10% della popolazione nazionale stimata da Ispra) e proviamo a moltiplicare questo numero per 365, otterremo circa 125.000 giorni/lupo di attività l’anno, con tutte le conseguenze che tali azioni potrebbero comportare.
Quanto alle attività umane, per le quali vengono suggeriti specifici comportamenti, vorrei per esempio ricordare che recentemente si è svolto presso la Corte di Giarola a Collecchio, un seminario sulla valorizzazione delle carni degli animali selvatici. L’evento è stato organizzato da Università di Parma con la collaborazione di altri soggetti tra cui «Gal del Ducato».
Questo Ente ha lo scopo, come da regolamenti dell’Unione Europea, di finanziare progetti per lo sviluppo delle aree rurali e utilizza attraverso bandi, fondi pubblici regionali che dovrebbero sovvenzionare i costi per l’adeguamento strutturale dei centri di raccolta delle carni della fauna selvatica. Iniziativa lodevole visto che la nostra Provincia, oltre il ben noto cinghiale è sino ad oggi un contenitore di caprioli, daini e cervi, le cui carni biologicamente sane potrebbero in parte sostituire quelle prodotte da allevamenti intensivi che, come noto, sono tra i principali produttori di gas serra.
Questo patrimonio di fauna selvatica attraverso una corretta governance e produzione della filiera delle carni potrebbe essere per il nostro Appennino una fonte di ricchezza dai forti connotati ecologici. Ovvio che una consistente azione predatoria del lupo suggerisce di non investire soldi pubblici in un progetto dall’esito assai incerto.
La Provincia di Parma non è l’Alaska ma un territorio fra i più antropizzati d’Italia per cui episodi conflittuali saranno frequenti. Chiedere alla popolazione azioni costose e restrittive delle libertà individuali creeranno insofferenza verso questo carismatico predatore. Nessuno brama cacciare il lupo, ma per far sì che il suo ruolo apicale nella catena alimentare continui ad essere riconosciuto, occorre che anch'esso possa essere «controllato», là dove serve.
Istituzioni e politica nei diversi gradi si rimpallano la questione ma immagino sappiano che cani elettrificati e altri armamentari non sfameranno questa specie destinata a crescere, che già si serve dei rifiuti organici animali nei letamai della Provincia.
Il lupo è un animale affascinante, non lasciamo che arrivi ai sacchetti della spazzatura che vengono lasciati quotidianamente ai bordi delle strade. Sarebbe la fine del mito.
Oscar Frattini
Sala Baganza, 4 marzo