lettere al direttore

Il rave in città

Carloalberto Rossi

Gentilissimo direttore,
sabato sera stavo nel mio appartamento a barriera Saffi godendomi l’ennesima replica televisiva di «Don Camillo» tratto dall’omonimo capolavoro di Guareschi, che possiamo definire un vero gigante della storia culturale parmigiana, quando una profonda vibrazione ha letteralmente scosso tutto il palazzo, seguita dopo pochi secondi da un insostenibile frastuono di percussioni che definire musica, nella città di Verdi e del Teatro Regio, proprio non si può.
Una rapida consultazione con le mie figlie adolescenti (e in quanto tali informate dai social in tempo reale) mi ha reso immediatamente edotto di come non si trattasse di una catastrofe naturale, bensì dell’ennesima riprova di una catastrofe sociale e politica che sta affliggendo non solo Parma, ma la nazione tutta.

Affacciandomi alla finestra ho potuto appurare come tutto questo trambusto fosse generato da svariate centinaia di giovani, smanicati e di numerosi sessi, provenienti da mezza Italia, impegnati in un rave party pellegrinante, danzanti e raggruppati a pochi decimetri da alcuni furgoni carichi di amplificatori che emettevano più decibel che note (almeno per me, anche se a cento metri di distanza) di percussioni ossessive che animavano movenze e ritmi che ricordano quei balli tribali africani, con l’immancabile trance finale, di certi film degli anni Settanta.
Nel corteo, che si muoveva lentamente, paralizzando inutilmente (ancora una volta) il traffico del sabato sera, anche alcuni furgoni di mescita di bevande e una strana presenza di persone trascinanti numerosi carrellini illuminati che, sempre secondo la mia progenie, servirebbero a fornire ai rintronati astanti il vero carburante, anche se presumibilmente perlomeno illegittimo e sicuramente fiscalmente non registrato.
Chiudevano il corteo (ma forse dovremmo chiamarlo processione laica), mestamente ma secondo disciplina, una decina di mezzi dei vari corpi dediti all’ordine pubblico, costretti a scortare cotanta umanità e ad assistere allo «spettacolo», ivi incluse le evidenti incongruenze con le leggi della Repubblica, uno spettacolo evidentemente reso legittimo da una autorizzazione politica rilasciata non certo a beneficio dei cittadini, ma presumibilmente a loro danno e al solo scopo di polemizzare con il primo governo davvero eletto dagli italiani dopo molti anni, infatti reo di aver promulgato un decreto «illiberale» per limitare gli eccessi nei rave party.
Quando il rumore di tale pellegrinaggio ritmico-politico si è allontanato a sufficienza per poter tornare a seguire la televisione, don Camillo era già salito sul treno che lo portava all’esilio, e il treno si accingeva alle due fermate durante le quali entrambe le parti in conflitto separatamente avrebbero salutato l’uomo e il sacerdote.
Non posso trattenermi dal considerare come le due fazioni allora tratteggiate da Guareschi appaiano oggi come un ricordo felice, con una opposizione che era veramente tale ma con dei principi chiari, di fatto molto simili a quelli dei suoi antagonisti benpensanti, e di come oggi i nipotini di tutti e due quegli schieramenti, ampiamente rifocillati ed imborghesiti o, dall’altra parte, laicizzati e privati dei vecchi timori, pur di non perdere il potere si siano tra loro associati, in quel «campo largo» ante litteram nato proprio a Parma, privo di regole e di un qualsiasi denominatore politico, costantemente nutrito di falsi valori e impegnato in false battaglie ideologiche dai discendenti di quella che fu una nomenclatura professionale e borghese per distrarre, anche con ridondanti pasticche e percussioni, i discendenti dello Smilzo dalle vicende che evidenzierebbero quali siano i reali interessi attualmente da loro tutelati.
Mi perdonino il direttore, l’anima di Berlusconi, e tutta l’intellighenzia di questa pseudo-sinistra, ma oggi il vero discendente del furbetto compagno Bottazzi non è certo né l’inamidato azzeccagarbugli di Foggia e nemmeno la supercazzolara con l’armocromista, e ancora meno quegli abbondanti relitti pseudo-cattolici che tramano nelle retrovie alla continua ricerca di un elettorato che nel loro lungo percorso di potere hanno tradito e perso ormai più volte, casomai l’unico che gli somiglia veramente è proprio quello del Papeete!

Parma, 8 aprile