“Rock bottom” di Robert Wyatt, tra poesia e sperimentazione
Tra poesia e sperimentazione. “Rock bottom” è il secondo lavoro in studio del musicista inglese Robert Wyatt. L'album ha compiuto 45 anni in questo 2019 ed è un disco difficile, di quelli, per usare un termine spesso utilizzato quando l'autore non ha puntato tutto sull'orecchiabilità, “che bisogna ascoltare diverse volte”. Ma, nella musica, anche questo ci sta. Se l'autore di questo pezzo si fosse limitato solo a un primo distratto ascolto, non avrebbe potuto amare così tanto “A passion play” dei Jethro Tull.
Quindi, “Rock bottom”, che spazia dal pop al blues con incursioni anche nel prog, va ascoltato con attenzione. Anche di primo acchito, però, contiene pezzi di grande suggestione. Il virtuoso autore lo registrò dopo l'incidente che lo costrinse, l'anno prima, su una sedia a rotelle. Ma le sue condizioni di salute non riuscirono a imprigionare il suo genio. “Rock bottom”, in cui Wyatt canta e suona tastiere, chitarre e percussioni, ma soprattutto improvvisa e sperimenta con effetti a tratti davvero potenti, è un discone già dalle collaborazioni. Suonano infatti assieme all'oggi 74enne musicista artisti del calibro di Mike Oldfield alla chitarra e Mongezi Feza alla tromba. Il produttore, infine, è niente meno che Nick Mason, batterista dei Pink Floyd. Con un gruppo così non si poteva sbagliare. E Wyatt non sbagliò.