C'è il tema, attualissimo, dell’intolleranza religiosa; c’è la figura del Marchese di Posa che lotta contro un clima di assolutismo controriformistico; c’è la modernità di una musica che apre la strada alle ultime vette creative di Giuseppe Verdi.
«Don Carlo» parla con forza ai contemporanei, lo spiegano il regista Cesare Lievi e il direttore d’orchestra Daniel Oren, impegnati nel nuovo allestimento dell’opera che sabato 1° ottobre aprirà il Festival Verdi 2016.
La regia di Lievi si concentra su un aspetto fondamentale: «La corte di Spagna, dove avviene l’azione, è in lutto, – spiega Lievi – perché il potere concreto non è più nelle mani del re ma della Chiesa. Questo è il vero dramma di Filippo II (interpretato da Michele Pertusi, ndr), più che quello di marito che teme di essere tradito o di padre minacciato dal figlio. La Chiesa fonda la propria forza su una concezione di Dio che fa dell’uomo un essere piccolo, destinato a diventare cenere. Il tema della morte è quindi molto persistente».
Come si pone il suo allestimento rispetto alla tradizione?
«L’ambientazione è quella della corte di Spagna, ma ho evitato una messinscena di tipo storico-decorativo. Nella mia regia ho scelto di essere fedelissimo a Verdi, al libretto e a Schiller, ma ho mirato all’essenzialità, uscendo dalla routine».
Come si concreta il rapporto tra Verdi e Schiller in Don Carlo?
«Verdi si rispecchia in Schiller: è attratto dalla conflittualità ad alta passionalità dei personaggi, ma anche dal messaggio di questo dramma, contro l’ancien régime e contro uno Stato che costringe a essere sudditi anziché cittadini».
Quali sono vantaggi e svantaggi della versione in quattro atti di ‘Don Carlo’ rispetto a quella in cinque?
«Sono bellissime entrambe. Questa in quattro atti è però più concisa, drammatica e forte».
Un parere condiviso dal direttore d’orchestra Daniel Oren: «L’edizione in quattro atti, è il frutto di 17 anni di continue riletture, correzioni, ripensamenti di un Verdi perfettamente cosciente della diversità di quest’opera da tutte le sue precedenti. A mio avviso – osserva Oren – va considerata quella definitiva. La musica incalza la drammaturgia provocando l’immediatezza e la continuità dell’emozione».
Quanto Don Carlo apre la strada all’ultimo stile verdiano?
«Siamo già in maniera clamorosa nel suo ultimo stile: Don Carlo è lontano da Traviata o Rigoletto quanto è vicino a Otello o Falstaff. La svolta creatrice di Verdi, che caratterizzerà le sue estreme composizioni, sta nella diversa partecipazione dell’orchestra alla costruzione del dramma, molto più attiva e continua».
Quali sono, a suo parere, i momenti più memorabili dell’opera?
«Mi emoziona tantissimo la scena dell’Autodafè, la festa che accompagna il supplizio degli eretici, che anticipa l’assurdità e l’orrore di tanti delitti commessi oggi in nome di una religione».
Quali le indicazioni che intende dare a cantanti, coro e orchestra?
«Questa è più che mai un’opera di assieme. Il direttore ha il compito di convincere tutti a stare raccolti dentro il comune denominatore voluto dall’autore».
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