Dal quindicesimo al ventunesimo secolo il passo non è così lungo, se a fare da ponte sono il dramma della Pucelle d’Orléans, la musica di Giuseppe Verdi e la regia di Saskia Boddeke e Peter Greenaway.
«Giovanna D’Arco», secondo titolo del Festival Verdi, in scena dal 2 ottobre al Teatro Farnese, sarà una sorta di passerella tra i secoli, che congiunge epoche lontane ma accomunate dalla violenza in nome di una religione. «È affascinante mettere assieme, per il Festival Verdi di Parma, tante epoche storiche diverse e tutto ciò che rappresentano: – osserva il celebre regista gallese Greenaway che aveva visitato il Farnese vent’anni fa, concependo il desiderio, irrealizzato, di girarvi un film – il quindicesimo secolo in cui si svolge la tragica storia di Giovanna d’Arco, bruciata sul rogo nel 1431; il diciassettesimo secolo, in cui venne edificato il Teatro Farnese; il diciannovesimo secolo cui risale la composizione dell’opera di Verdi, andata in scena la prima volta nel 1845; infine la produzione odierna, con le innovazioni tecnologiche dell’era digitale del ventunesimo secolo. Forse tutto questo rende questa ripresa dell’opera particolarmente e singolarmente adatta a essere presentata a Parma».
A parlare delle concezione dell’opera, in cui i cambi di scena saranno affidati a videoproiezioni, è Saskia Boddeke, regista e artista multimediale: «Per molti anni sono stata assistente di Klaus-Michael Grüber. – dice Boddeke – Quello che ho imparato con lui è prendere le distanze dal realismo senza cadere nell’astrazione. La mia idea è di rendere i personaggi molto umani, indagandone tutte le sfaccettature. Per esempio Giovanna sarà interpretata da tre donne: la cantante e due danzatrici. Di queste due ballerine, una rappresenta la guerriera, una la parte innocente e bambina di Giovanna».
Qual è, a suo parere, l’aspetto centrale dell’opera?
«Penso che sia l’uccidere in nome di Dio, un tema molto attuale. Oggi ci sono tanti bambini che giungono da soli in Europa, per fuggire dalla guerra. Nell’opera Giovanna capisce che deve difendere questa parte infantile di sé, che rappresenta tutti i bambini del mondo. Per questo alla fine proiettiamo alcuni video che mostrano l’attualità, ciò che succede ai piccoli profughi. Saranno immagini tratte dai telegiornali: semplici, non rielaborate, ma nemmeno crude o volte a generare orrore. La cosa più triste è che ogni giorno abbiamo immagini nuove, non è necessario cercare negli archivi».
Tuttavia la stessa protagonista dell’opera uccide per seguire la volontà di Dio: c’è una possibilità di redenzione per lei?
«Se uccidi in nome di Dio non puoi chiudere gli occhi sulle conseguenze e non sentirne la responsabilità. La gente spesso confonde pazzia e religione. Giovanna è un personaggio forte, che accetta le conseguenze del suo operato, non si nasconde ciò che ha fatto».
Come avete usato lo spazio del Farnese?
«Abbiamo rovesciato l’assetto del teatro: il pubblico sarà seduto su una pedana inclinata, mentre l’emiciclo del teatro e le scalinate diventeranno la scena. Sulle gradinate verranno proiettate immagini e faremo grande uso di luci e laser che, con il fumo, creeranno diversi piani e soffitti. Lo scopo è che gli spettatori siano completamente immersi nella storia».
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