Gelatai a ruote - Ecco i «sorbetär ambulant» - Foto
di Lorenzo Sartorio
Quando il caldo picchia davvero bisogna difendersi. Se le idrovore nei campi danno un po' di sollievo alla terra arroventata dal sole, per noi cristiani, uno dei più antichi rimedi per combattere l’arsura della bocca è il caro vecchio gelato. Oggi, di gelati, non c’è che l’imbarazzo della scelta : dolci-salati, piccanti, a tutti i gusti possibili ed immaginabili, anche i più strani e bizzarri. Una volta i gelatai (per noi parmigiani «sorbetär»), giravano per Parma e provincia con i carretti a pedali. Erano i sempre ben accolti dispensatori di quelle «fredde dolcezze» che prevedevano pochi gusti: crema, cioccolato, limone e fragola. Roba buona, fatta in casa come la sfoglia e tanto semplice come la gente di ieri
Nella nostra città erano attivi numerosi ambulanti del gelato a partire da quello elegantissimo, in completa tenuta bianca, visiera da ammiraglio, garofano rosso all’occhiello, raffinato trabiccolo a pedali, sempre tirato a lucido, che prevedeva anche un lampioncino ad acetilene che, alla sera, faceva ancor più notare la sua presenza specie in Parco Ducale, il suo preferito terreno di caccia degli accaldati parmigiani di tutte le età. E poi c’era la famiglia Cero, una vera istituzione, in autunno ed in inverno con la vendita dei ceci caldi, in estate con i loro gelati. I fratelli Vincenzo e Guglielmo Cero, mitici gelatai che segnarono un’epoca nella nostra città, originari della Val Zoldana, in provincia di Belluno, unitamente al cognato Giacomo Basso (originario di Conegliano), provenivano proprio dalla valle dolomitica dei maestri gelatieri. La specialità dei Cero, chiamati scherzosamente dai parmigiani «Belluno», era il gelato al limone.
Per confezionarlo acquistavano da una «limonina» della Ghiaia i limoni più belli, quindi nel laboratorio di Strada Nuova li spremevano, amalgamavano il sugo con acqua e zucchero e quindi inserivano il tutto dentro l’apposita macchina gelatiera. Così pure per il gelato al cioccolato fatto con latte fresco e cacao di primissima qualità. La «stagione dei gelati», tradizione voleva che, nella nostra città, iniziasse il 19 Marzo, San Giuseppe, che per i parmigiani coincideva con l’arrivo degli omonimi «baracconi» che per un paio di giorni invadevano le piazze ed i borghi «dedlà da l’acua». Agli inizi di ottobre, con l’apertura delle scuole, terminava l’attività gelatiera (anche per motivi stagionali) ed iniziava quella legata alla vendita della pattona e dei ceci caldi. Infatti, Vincenzo, Guglielmo e Giacomo toglievano dai loro trabiccoli a pedali i contenitori «freddi» per inserire le teglie con la pattona e i pattonini (con l’immancabile «zónta») ed i giganteschi pentoloni che custodivano gustosissimi ceci che il trio veneto andava ad acquistare dalla drogheria Barbazza in Ghiaia, metteva in ammollo per poi farli bollire a fuoco lento aggiungendo bicarbonato per rendere il legume più morbido e gustoso. I territori «segnati» dai Cero erano, per quanto riguarda Vicenzo, la scuola «Parmigianino» in piazzale Rondani. Guglielmo, invece, stazionava in viale Maria Luigia dinanzi al «Romagnosi» e in Borgo Felino dinnanzi alla «Fra’ Salimbene» facendo pure qualche incursione in Piazzale Santafiora. Il cognato aveva competenza su tutto lo Stradone : dal Petitot alla «Céza dal Bambén» dove si aggirava anche il «bonbonén», soprannominato «Bondànsa», che non era certo di manica larga nel dispensare caramelle, mentine e fettucce di liquirizia.
Un altro mitico gelataio, però oltretorrentino, fu Sabino Gatta. Abitava in «Bórogh Bartàn» (attuale Borgo Bernabei), esattamente nella prima casetta a sinistra imboccando il borgo da Strada D’Azeglio e lì, in quei pochi metri calati nel cuore «dedlà da l’acua», il buon Sabino creava negli anni Quaranta i suoi gelati. Chi se li ricorda avverte ancora il gusto ed il profumo di quelle delizie fredde che Sabino preparava nel suo mini laboratorio dove lavorava latte di stalla di primissima qualità, uova freschissime che gli portavano le rezdóre dalla campagna, cacao che andava ad acquistare nelle drogherie della zona tra le quali quella di Francesco Mantovani di Strada D’Azeglio. Sabino, inoltre, era uno specialista in «mattonelle» ossia, gelati a forma rettangolare (simili in tutto ad una mattonella) al gusto di crema e cioccolato che proponeva all’affezionata clientela tra due cialde croccanti.
Il gelataio di «Bórogh Bartàn», una volta stipati i contenitori del suo triciclo bianco-latte abbellito da addobbi liberty, si posizionava in strada D’Azeglio o sul Ponte Verdi all’altezza dell’ingresso del Parco Ducale. Parmigiano del sasso, era persona nota, conosciuta e stimata in oltretorrente, per la serietà professionale e per la simpatia che sprigionava quando, a bordo de suo niveo triciclo a forma di nave, veleggiava tra i borghi della vecchia Parma. Il gelataio di «Bórogh Bartàn» fu il padre del capitano Cesarino Gatta, Medaglia d’Argento al Valor Militare, ufficiale medico tragicamente scomparso nel 1942 al largo tra la Sardegna e il litorale Toscano a bordo di una nave affondata dagli anglo americani. Due personaggi che negli anni Trenta - Quaranta «firmarono» con la loro presenza, nella Parma barricadiera e popolare, l ’estate oltretorrentina, quando il caldo faceva sul serio e alla sera le donne scendevano nei borghi portandosi appresso la seggiola da casa, furono «Pinélo al sorbetär» e la bibitaia di piazzale San Giacomo. «Pinélo», abitava in una vecchia casupola di Borgo Marodolo. Alla mattina, dopo avere confezionato durante la notte i suoi gelati (crema, cioccolato, limone e fragola), saliva a bordo del suo trabiccolo a pedali e, dal borghetto all’ombra del campanile «ädla Nonsjäda», si portava nelle strade attigue per rendere felice tanta gente, specie i bambini, i quali, quando lo intravedevano, già pregustavano quel gelato traboccante di gusto e di gioia di vivere.
Il gelataio aveva dotato il suo arcaico mezzo di trasporto di una vera e propria attrattiva: una sorta di promozione ante litteram che attirava le attenzioni di grandi e piccini. Quando «Pinélo» si posizionava in Piazzale Picelli, dinanzi alla Scuola Cocconi, d’ogni tanto azionava una sorta di roulette «fai da te» che aveva installato sulla parte posteriore del suo velocipede. La roulette, altro non era che una ruota munita di una piuma d’oca che, girando velocemente dopo avere ricevuto una spinta, si posizionava su un numero: dall’ 1 al 37. Chi indovinava il numero dove la penna d’oca si era posizionata riceveva un gelatone gratuito, ossia due belle palle di crema e cioccolato adagiate su di un croccante cono «Vescovi» , la rinomata fabbrica di coni e cialde di via Turchi. L’altra dispensatrice di freddo nelle afose giornate estive era la «bibitaia» alloggiata in Piazzale San Giacomo proprio dinanzi all’ omonima chiesa officiata dagli Stimmatini.
La donna, anziana e claudicante, somministrava granatine a gogo a tutti quei ragazzi che frequentavano l’oratorio. Tutto il santo giorno impegnata a grattare ghiaccio che stipava in un bicchiere (l’unico che aveva), la bibitaia, versava un misurino di sciroppo all’amarena o al limone, alla menta o al tamarindo. Mescolava il tutto e poi lo versava nelle mani dei più piccini che, sbrodolandosi un po’ dappertutto, trangugiavano quella delizia ristoratrice. Un'altra messaggera di freddo nelle torride estati parmigiane fu la mitica Palmira che, dopo avere prelevato le colonne di ghiaccio nella «fàbrica dal gias», che aveva sede in viale Piacenza, le recapitava, a bordo del suo trabiccolo a pedali, al domicilio dei vari clienti caricandosele sulle spalle coperte di un telo di juta. Ai più piccini che le ronzavano attorno, la buona Palmira, non mancava mai, con un appuntito punteruolo, di ricavare, dall’algida colonna, alcune schegge di ghiaccio che deponeva nelle manine, non certo pulite, di quei monelli.