LETTERA AL DIRETTORE
"La nostra lavanderia chiude dopo 51 anni e nessuno ci ha chiesto di rilevarla. Chiediamoci perché"
Una testimonianza che arriva via lettera per raccontare una storia che "abita" in via Casa Bianca e pone interrogativi su cosa succederà alle attività artigianali.
Egregio direttore,
in occasione dell’imminente chiusura della mia storica lavanderia tradizionale di famiglia (1971-2022), scrivo per ringraziare tutti i miei clienti con i quali, negli anni, si è costruito un rapporto di amicizia molto umano e bello. Premetto che la fine dell’attività è dovuta anche ai miei problemi fisici venuti negli anni di lavoro, non riconosciuti dall’Inps come malattia professionale.
Resto perplessa del fatto che nessuno si sia presentato come interessato a portare avanti questa attività, sicuramente faticosa e impegnativa ma anche di grandi soddisfazioni. Ho avuto l’impressione che la paura giri intorno all’apertura della partita Iva come se fosse un «laccio al collo» (e come dargli torto…).
Un tempo l’Italia si basava sul commercio e artigianato, ora? A parte tutto ciò… se mai potrò avere delle risposte ho un altro «nodo alla gola» che vorrei esporle (soprattutto in questi giorni dove sento tante belle parole in televisione per l’elezione del nuovo sindaco).
Non andrò in pensione subito perché l’età non me lo consente, spero nel rinnovo di «opzione donna» che raggiungerò tra due anni (se verrà confermata) e dove vedrò corrispondermi un assegno di circa 500 euro (più o meno pari al reddito di cittadinanza) con la «piccola» differenza che ho versato quasi 40 anni di contributi allo Stato. Questa cosa mi sembra piuttosto assurda, mettendomi al pari di chi percepisce i medesimi soldi non avendo versato nulla allo Stato Italiano.
Quindi penso: «sono io che sbaglio o chi fa le leggi?».
N.B. Per aprire un’attività di lavanderia ci vogliono «per legge» tot ore di corsi di formazione, ma… i corsi chi li fa?
Stefania Melegari
Parma, 2 giugno