LA STORIA

Sergeii, l'ucraino ferito operato al Maggiore

Due delicati interventi: al braccio e alla schiena. Carbognani e Vaienti: «Il paziente ora sta benissimo»

L'augurio

«Vi sarò sempre grato Faremo festa insieme in Ucraina. Spero
si possa al più presto»

Tre ore di intervento dopo e due pallottole in corpo in meno (salvo alcuni frammenti per ricordo), Sergeii Chernoval è pronto a «tornare come nuovo». Forse è lui, l'avvocato-soldato ucraino, il primo a stentare a crederci. «Sono stato fortunato - sorride dal suo letto di Ortopedia -. Ma la mia fortuna ha il volto di queste persone professionali, generose e cordiali: non le ringrazierò mai abbastanza. Ogni dieci minuti venivano a chiedermi come stessi e se avessi bisogno. Venivo dal deserto e qui ho trovato il paradiso. Spero che presto anche i nostri ospedali possano raggiungere questi livelli».

Attorno a lui, i medici che lo hanno operato, gli infermieri che non lo hanno mai fatto sentire solo e i volontari del Seirs che lo hanno recuperato alla frontiera tra Ucraina e Ungheria con un'ambulanza attrezzata e un pulmino per una scorta sanitaria da Zàhony a Parma. Oltre a loro, il pensiero va alla Caritas che ha accolto la moglie di Sergeii e sta cercando il modo di ospitare la coppia, dopo che lui sarà dimesso per la riabilitazione. Ferito, con l'omero destro dilaniato da un primo proiettile che poi si è conficcato accanto alla colonna vertebrale con un secondo: è stata una lunga catena di solidarietà a permettere all'avvocato 39enne di uscire da una situazione d'emergenza senza sbocchi in un Paese in guerra. «Tutto il sistema si è mosso, in modo corale» ricorda Ettore Brianti. Non nasconde la soddisfazione il direttore sanitario dell'Azienda ospedaliero-universitaria «per l'esito degli interventi e per come il paziente si è trovato da noi».

E pensare che già sembrava un miracolo fosse sopravvissuto quel giorno nella sua Kharkiv, quando i russi avevano teso un agguato al fuoristrada sul quale il volontario della Difesa territoriale ucraina viaggiava con altri quattro. A guidare era un collega, ma Sergeii fu pronto ad afferrare il volante e deviare, per vedere la granata sfrecciare davanti al cofano. Ma la raffica di kalashnikov partita subito dopo lo centrò all'omero e sotto l'ascella. Pochi millimetri in là, e non l'avrebbe raccontata. Per quel nulla che vale la distanza tra la vita e la morte Chernoval non ringrazierà mai abbastanza l'arcangelo Michele tatuato sul braccio ferito, che nei primi tempi sembrava segnato per sempre. Per quanto è stato fatto dopo può dire grazie (ed è la prima parola imparata nella lingua del Paese che lo ospita ormai da un mese) a qualcuno più «a portata di mano».

A parlare, senza bisogno di traduzione, sono anche i sorrisi. Chernalov sta meglio. «Gli interventi sono riusciti benissimo» dice Enrico Vaienti. Il direttore della Clinica ortopedica del Maggiore parla al plurale: due le operazioni. Una compiuta da lui e dalla sua équipe; l'altra da Paolo Carbognani, direttore della Clinica di chirurgia toracica dello stesso ospedale. Per capire quanto fosse difficile estrarre le due pallottole basti pensare che in Ucraina nessuno ci ha provato, dopo il primo intervento d'urgenza a Kharkiv, durante un assalto all'ospedale. «Erano nei tessuti adiacenti alla colonna vertebrale» si limita a ricordare Carbognani. Un bel rischio andarci accanto.

Analogo il discorso per l'intervento al braccio: meno pericoloso, d'accordo, ma complesso. «Il proiettile - spiega Vaienti - ha provocato una frattura esposta, danneggiando il tessuto osseo e i tessuti molli. La frattura era ad altissimo rischio di infezioni e lesioni muscolari e nervose: complimenti ai colleghi ucraini, per le prime cure somministrate. Noi abbiamo optato per l'inserimento nell'omero di un chiodo endomidollare in titanio, per fissare la frattura in modo definitivo». Ora, Sergeii avrà la spalla bloccata per due mesi. Ne serviranno almeno 5 perché si rimetta.

Bloccata la spalla, ma lui no. Pronto a indossare la toga anche in ospedale, Sergeii ha già partecipato (online) a tre processi. Difende i clienti, difende la sua terra. «Attraverso lo smartphone, metto in contatto i resistenti, condivido le informazioni» spiega. A chi gli propone un pranzo in trattoria risponde che è lui in debito. Ma è pur sempre l'ospite. «E allora festeggeremo in Ucraina. Presto, speriamo».