l'intervista

«Giornalismo di qualità per sconfiggere le fake news»

Giampaolo Pioli, dal 1986 a New York. «Com'è cambiato il lavoro del corrispondente»

Nell’era del digitale e dei social network, il giornalismo di qualità deve far leva su autorevolezza e professionalità. Ne è convinto Giampaolo Pioli, 69 anni, giornalista parmigiano dal 1986 corrispondente dagli Stati Uniti per il «Resto del Carlino», e poi anche per «Giorno», «Nazione» e «Quotidiano Nazionale». Da due anni si sta impegnando anche in una nuova avventura, il quotidiano digitale «La Voce di New York» (fondato nel 2014 da Stefano Vaccara), di cui è presidente: testata nota ai lettori della «Gazzetta», per la rubrica domenicale Qui New York, a cura di Nicola Corradi, e per il collegamento al sito della «Voce» che ospitiamo su Gazzettadiparma.it

Due volte presidente dell’Unca (l’Associazione dei corrispondenti dell’Onu) e presidente in carica dell’Associazione corrispondenti italiani del Nord America, Pioli ha un osservatorio privilegiato sui grandi temi internazionali (sia la redazione della «Voce di New York» sia l’ufficio di corrispondenza del «Quotidiano Nazionale» sono nel palazzo dell’Onu).

Com’è cambiato il mestiere di corrispondente?

«È cambiato tanto, soprattutto dopo l’arrivo del digitale, delle tv che trasmettono informazioni 24 ore su 24. I tempi della carta stampata soccombono di fronte alla velocità di siti internet e canali all news, è inevitabile. Devi essere più competente, più analitico. Per noi corrispondenti europei la “sfida” con i media americani è impari. Però restiamo i corrispondenti esteri più considerati negli Stati Uniti, e questa è una cosa che fa piacere».

Allo “storico” lavoro da corrispondente ha affiancato l’esperienza della «Voce di New York».

«È il quotidiano digitale italiano più grande degli Stati Uniti, speriamo che lo rimanga. Certo il sistema è molto agguerrito, c’è una nuova generazione di giornalisti digitalizzati che avanza, con grande dinamismo e anche tanta bravura. Raccontiamo l’America alla comunità italiana, con focus particolari su New York, anche se siamo seguiti da Los Angeles a Miami. Ci occupiamo di tutto, dalla cronaca nera alla cronaca politica. Raccontiamo l'America di Biden, l'America di Trump, l'America dei seguaci di Trump, l'America del prossimo novembre e di un gigantesco confronto elettorale che potrà determinare non solo il futuro della prossima Casa Bianca, ma anche il futuro dell’America».

Com’è la “squadra” della «Voce di New York»?

«Un mix tra giornalisti giovani e meno giovani. Ci sono molti professionisti e corrispondenti “tradizionali” da tanti anni, che quindi conoscono benissimo l’America, e giovani bravi e brillanti che ci garantiscono un’iniezione di vitalità, di novità. Uno è Nicola Corradi, bravissimo: come sanno anche i lettori della “Gazzetta” che leggono la sua rubrica Qui New York. Un altro molto in gamba è Gennaro Mansi. Con mezzi così veloci come il digitale e le breaking news c’è sempre più bisogno di nuove leve».

E c’è bisogno di professionalità e autorevolezza, per distinguersi dai social.

«Certo. La credibilità è il primo obiettivo, sempre. Non è un caso il grande successo della corazzata “New York Times”: l’unico giornale al mondo, che io sappia, che continua a crescere sia con il cartaceo che con il digitale. L’unica strada che abbiamo è garantire credibilità e professionalità: quelle che tanti nuovi mezzi di informazione, o anche solo considerati tali, non hanno. Con la professionalità sai distinguere una notizia vera, cercata, approfondita, verificata, da una fake news. Senza, no».

Com’è cambiata New York, da quando si è trasferito là?

«È totalmente diversa. È profondamente cambiata con l’attacco alle torri gemelle e il grande shock che ha annichilito tutti. È seguita una ricostruzione rapida della città, adesso stiamo vivendo un altro passaggio, rappresentato dai nuovi grattacieli di mattoni e vetro al posto di quelli di cristallo, per ridare alla città quel gusto flavour di città storica, multimediale e multietnica».

Da esperto frequentatore del palazzo dell’Onu, quali prospettive vede per la guerra in Ucraina?

«Una considerazione amara è che l’Onu non è cambiato. Purtroppo l’efficacia di un organismo internazionale di questa portata continua a essere vittima dei regolamenti e, soprattutto, del diritto di veto nel Consiglio di sicurezza. Lo esercitano i russi, lo esercitano i cinesi. E anche gli Stati Uniti, quando si parla di Israele. Il diritto di veto blocca qualsiasi movimento e quindi anche molte speranze. La Russia rimane isolata: lo hanno dimostrato anche le riunioni urgenti del Consiglio di sicurezza delle scorse settimane. Quando, pochi giorni fa, l’Assemblea dell’Onu ha condannato le annessioni della Russia hanno votato con Putin solo Corea del Nord, Bielorussia, Siria e Eritrea. India e Cina si sono astenute. Questo lascia sperare che, lentamente, superando progressivamente tante difficoltà, si possa arrivare all’incontro del G20 a Bali, a fine novembre, se non a un “cessate il fuoco” almeno a creare le basi per ricomporre la crisi ucraina. Intanto, da un lato le dichiarazioni di Putin sembrano fare intendere una disponibilità al dialogo, ma dall’altro la linea ferma su Crimea e Donbass restano un ostacolo insormontabile, perché resta il principio alla base dell’isolamento della Russia, che Putin ha violato la territorialità di una repubblica riconosciuta come indipendente».

E dal suo osservatorio americano come vede la situazione in Italia?

«C’è grande interesse, negli Stati Uniti. Il voto degli italiani del Nord e Centro America è andato al contrario, rispetto all’Italia: il Pd ha preso due dei tre seggi, l’altro è andato a FdI. Resta molto bassa la percentuale di votanti, intorno al 20 per cento, ed è un peccato. Credo sia necessaria una riforma del voto all’estero: è impossibile che un candidato si sposti dal Canada al Messico per ascoltare i bisogni di tutti. Chissà che, con la vittoria della Meloni, non torni il ministero degli italiani nel mondo. In America gode di grande stima il Presidente Mattarella. In tanti erano molto affezionati a Mario Draghi, anche per il suo passato americano. Adesso aspettiamo il governo di centrodestra, e in particolare la scelta del ministro degli Esteri e l’atteggiamento della Meloni: di certo è stato apprezzato l’annuncio di fedeltà al Patto atlantico. Si tratterà di vedere se l’Italia avrà ancora quel peso internazionale che ha avuto negli ultimi due anni».