SALUTE
Sempre connessi, nel timore di «perdersi qualcosa»: è la «Fomo», ripropone la vecchia paura di essere esclusi dal gruppo
Un comportamento che rischia di diventare sindrome
La paura di «essere tagliati fuori», in inglese «Fear of missing out» (Fomo), di perdersi qualcosa sui social, di restare esclusi da eventi e ignari di notizie. Un fenomeno dibattuto tra giovani e non, che ha acquisito un nome (e acronimo) specifico e una certa notorietà grazie ai social.
Fabio Vanni, che tra i vari incarichi è responsabile del programma Adolescenti e Giovani dell’Ausl di Parma, mette in guardia dall’uso e abuso del linguaggio di derivazione sanitaria quando trattiamo argomenti che riguardano gli esserei umani. Insomma, la «Fomo» può non essere patologizzata a tutti i costi, spiega, ma trattata come un fenomeno naturalmente presente durante l’arco della vita.
In adolescenza le relazioni tra pari diventano indispensabili, c’è un grande investimento su di esse, e anche una gran paura di perdersi qualcosa, di essere tagliati fuori.
«In adolescenza la traiettoria evolutiva porta ad una maggiore complessificazione delle relazioni che vedono allargare le stesse al di là del mondo familiare e alle relazioni governate dalla famiglia; ecco che appare chiaro come le nuove relazioni, amicali e sentimentali, diventino importanti perché testimoniano di questa capacità di vivere in un mondo più ampio e complesso. L’esclusione da esso ricaccia nell’infanzia e nella ristretta cerchia familiare sentita spesso come oramai angusta e insufficiente e talvolta come castrante».
Come e quanto incide il web?
«In adolescenza è particolarmente importante il mondo del web che forma un unicum con la relazionalità in carne ed ossa – oggi si parla infatti di ‘onlife’, sintesi di ‘online’ e ‘in life’ – ma che allarga l’orizzonte relazionale ben oltre le conoscenze presenti negli spazi della scuola o dello sport senza però perdere di valore. L’online non vale meno dell’inlife anche perché l’orizzonte dello sguardo delle giovani generazioni è ormai planetario e non più circoscritto alla città o al quartiere».
Perché un giovane può sentirsi un escluso?
«Le ragioni dell’esperienza di esclusione sono naturalmente molteplici e misurano la capacità di stare nel gruppo, di mantenere i rapporti, di navigare fra i vari livelli di essi fra segretezze e intimità, ma anche fra distanze e punti intoccabili di sé e dell’altro che il gruppo consente di esplorare come palestra importantissima di socialità. Essere fuori dal gruppo può quindi far sentire fuori dal flusso vitale, fuori dal tempo, fermi o addirittura indietro rispetto agli altri. Molti autori (per esempio David Le Breton, noto antropologo francese) hanno messo in evidenza come i gruppi, soprattutto di adolescenti, richiedano ai loro membri di attuare pratiche che confermino la loro appartenenza, veri e propri riti come la ‘scrittura del corpo’ (piercing e tatuaggi) o comportamenti identitari (fumare o bere alcolici) in assenza dei quali il soggetto si autoesclude, non merita di appartenere perché non condivide abbastanza l’etica e l’anima del gruppo. Diventa quindi particolarmente importante che l’adolescente senta che la sua esistenza e la sua dignità di persona va al di là della relazionalità con il gruppo e possa quindi valorizzare la sua singolarità di soggetto anche quando essa non coincide con le richieste sociali. Una bella palestra di quello che poi vivrà anche nel resto della vita».
Fabio Vanni
Responsabile del programma Adolescenti e Giovani dell’Ausl di Parma.