Ben si ricorda l’incontro con Kazuo Ohno, un incanto ipnotico, sulla scena una bianca creatura certo non più giovane che danzava nel rigore della lentezza emanando un’intensa energia intima, dolente, opposta e pure in qualche modo affine alla ricerca contemporanea occidentale dai corpi atletici, dai ritmi potenti: in forme diverse c’era l’esigenza di andare oltre la tradizione, di saper accogliere teatralmente anche il dolore e la morte. E la danza butō ha saputo contagiare chi andava indagando nuove forme di sperimentazione che svelassero anche le anomalie dei corpi, i loro mutamenti nel tempo, le inquietudini psicologiche della rinuncia, delle perdite, degli abbandoni. Nello spettacolo
è una marionetta a evocare le azioni pensate, sofferte emotivamente, della danza butō: può affrontare questo un non-corpo, un essere inanimato? Ma K. (una lettera utilizzata spesso da Kafka, proiezione di sé: un caso?) è creatura speciale, più un doppio vivente che essere inanimato, perché Michela Aiello - che firma per l’ideazione, la creazione della marionetta e dei costumi ed è animatrice e attrice - è parte di quella figura che si muove lieve e pensosa, suo il braccio di K.
Visto alla prova generale al Teatro al Parco il giorno del debutto nazionale, produzione Solares Fondazione della Arti-Teatro delle Briciole,
- luci di Gianni Staropoli ed Emiliano Curà, creazione sonora di Jacopo Ruben Dell’Abate - è un raffinato succedersi d’immagini/ emozioni che, come nel butō, non ha un contenuto certo, ma evoca stati d’animo che si rispecchiano tra scena e platea, misterioso contatto di luminosa bellezza anche quando nasce dall’oscurità, da conflitti segreti che diventano gesti sospesi, colmi di suggestioni.
In italiano si indica per marionetta un personaggio guidato dall’alto con dei fili. Qui ci si trova di fronte a una sorta di scultura mobile composta da un volto guidato dalla mano dell’animatrice, un corpo di sole stoffe, strisce di chiare bende, le gambe della stessa Aiello che K. a un certo punto guarderà curioso. Lo sguardo! Sembra proprio osservi quanto c’è intorno, mentre all’inizio si ascoltano parole - dai
di Dostoevskij - che potrebbero essere di entrambi, assaggi di una poetica che li unisce,
, il cuore campo di battaglia tra bene e male. Sono inizialmente seduti l’animatrice e la sua creatura, proiezione, sembra, anche di pene personali: passa una piccola culla nel proscenio e si vedono poi, sul fondo, anche confuse proiezioni di feti. Una perdita, una rinuncia, un’assenza. E il tempo passa e nell’autunno dell’esistenza cadono foglie dall’alto. Ma ci sono anche passaggi danzati: si onora la vita comunque? C’è anche la fatica: trascinare con un lungo filo rosso un tronco reciso. E K. verrà infine raccolto teneramente quando, rimasto solo, si piegherà su se stesso. La Aiello lo adagerà quindi su un bianco panno e lo coprirà di terra. Ma su quel legno ecco apparire piccoli nuovi rami fioriti: una possibile speranza di rinascita?