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Bob Dylan, meraviglioso enigma

Il critico Riccardo Bertoncelli racconta il cantautore che ha vinto il Nobel: geniale, scomodo e capriccioso

BERTONCELLI - Bob Dylan, meraviglioso enigma

La copertina del libro

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Alla fine Bob Dylan andrà a Stoccolma. Ma non per il discorso di accettazione del premio Nobel per la letteratura che gli è stato attribuito. Quella pratica l’ha fatta sbrigare all’ambasciatore Usa e, per la parte musicale, a un’emozionatissima Patty Smith, la grande sacerdotessa del rock, che si è pure fatta prendere dall’emozione come una ragazzina alla prima comunione. Semplicemente Stoccolma sarà la prima data europea nel 2017 del suo «Never Ending Tour» che è iniziato il 7 giugno del 1988 (2.819 concerti complessivi alla fine di novembre 2016) e, appunto, non finirà finché Dylan avrà fiato in corpo. E badate alla data: è il primo aprile. Probabilmente una coincidenza, ma tenendo conto dello spirito beffardo di Jack Frost, uno dei tanti pseudonimi di Dylan, non è detto.

Così chi vorrà andarlo a sentire dovrà pagare il biglietto. Come sempre. La scaletta potrebbe essere diversa dal solito – un mix di pezzi dagli ultimi lavori pubblicati (e negli anni scorsi è andata male perché i due album di cover di canzoni della grande tradizione americana sono quasi inascoltabili, anche se Dylan ce la mette tutta, ma dovrebbe essere Frank Sinatra e invece sembra il fratello stonato di Tom Waits) e di pezzi storici di solito completamente stravolti –, ma non sempre è così. L’ultima volta che ha rivoluzionato la scaletta – con una cornucopia di pezzi storici e quasi nessun pezzo nuovo – è stato a Roma, alcuni anni fa. E la gente che non c’era ancora si mangia le mani.

Il critico

Questo per dire che l’unica cosa certa quando si parla di Bob Dylan è il groviglio inestricabile di contraddizioni che lo avvolge e, in qualche modo, ne costituisce la vera essenza. Riccardo Bertoncelli con il suo «Una vita con Bob Dylan» (Giunti, 13 euro) non prova nemmeno a risolvere l’enigma Dylan. Semplicemente mette assieme molti dei pezzi che ha scritto su di lui durante la sua lunghissima carriera di critico musicale. E in effetti Bertoncelli è il critico musicale italiano per eccellenza, se non altro per la famosa e irata citazione dell’«Avvelenata» di Guccini: «Colleghi cantautori, eletta schiera, che si vende alla sera per un po' di milioni, / voi che siete capaci fate bene a aver le tasche piene e non solo i coglioni... / Che cosa posso dirvi? Andate e fate, tanto ci sarà sempre, lo sapete, / un musico fallito, un pio, un teorete, un Bertoncelli o un prete a sparare cazzate!». Bertoncelli, dunque, non è un giornalista ossequioso. Anzi è piuttosto battagliero, una volta si sarebbe detto militante, capace di grandi elogi, ma anche di stroncature assolute.

La dichiarazione d'amore

Di vere e proprie stroncature nel libro, a dire il vero, non se ne vedono: alcuni dischi lo convincono meno di altri – soprattutto quelli degli anni ’80 – ma il giudizio sull’opera di «His Bobness», «Sua Bobbità», è sempre positivo, a volte addirittura sopra le righe. E d’altronde non potrebbe essere che così, visto che «Dylan bomba atomica» – assieme a Allen Ginsberg alla cui sbilenca attività musicale dedica alcune bellissime pagine – per Bertoncelli è il simbolo della controcultura Usa, cioè della rivoluzione culturale che ha cambiato la sua vita (e le nostre). Poi, naturalmente mancano le recensioni dei primi lavori e anche la svolta elettrica è raccontata al passato perché quelli recensiti a «vinile caldo» – è l’epoca anch’essa mitica della rivista «Gong» – sono i capolavori della prima maturità, perle come «Blood on the Tracks», ma non «Planet Waves» che toccò a un altro giornalista.

L'artista trasversale

C’è di tutto, da una bislacca comparazione tra Dylan e i vini a una digressione iconografica dove si scopre l’identità dei due musicisti indiani che campeggiano sulla copertina di «John Wesley Harding», il cui eroe eponimo, un fuorilegge, in realtà di cognome faceva Hardin… Insomma un guazzabuglio, un hellzapoppin’, un’accozzaglia, ma in qualche modo perfetta perché al centro c’è sempre lui, Robert Zimmerman da Duluth, Minnesota, il grande sacerdote della canzone americana. Nel rito misterico che si consuma tra Dylan e l’intero corpus della canzone americana – folk, rock, blues, country e a questo punto anche quella di Irving Berlin e Cole Porter –, forse c’è la vera essenza della sua grandezza. Scomodando Platone – si può fare, ormai il Nobel Dylan l’ha vinto – possiamo dire che «molti sono i portatori di ferula (il bastone dell’officiante del rito misterico), ma pochi sono i Dionisi». E Dylan è stato uno di questi. La bellezza del libro di Bertoncelli sta nel fatto che questa piccola verità si respira ad ogni riga.

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