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"Libero arbitrio? Solo un'illusione"

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Giuseppe Martini
Quando, al termine della nostra conversazione, il professor Enrico Bignetti mi ha chiesto se volessi un caffè, lì per lì mi è venuto il sospetto che volesse mettere alla prova il mio libero arbitrio. Si trattava in realtà solo di un gesto di squisita cordialità, ma ormai avevo capito che non ero io a decidere la mia risposta. Ma di questo dopo. Per adesso cercheremo di spiegare perché il suo modello biocognitivo, ormai conosciuto come «modello Bignetti»  fin dal 2001 quando lo espose nel suo volume «Dissacrazione della coscienza» (Edizioni Il Valico), metta in crisi l’opinione diffusa sul concetto di libero arbitrio.
Bignetti non solo ne è stato un antesignano, ma in questi anni ha corroborato le proprie acquisizioni scientifiche con numerosi articoli e da pochissimo tempo con una pagina web (www.freewill.unipr.it/freewill/home_page.html) che ne aggiorna i risultati. Lasciate nel corridoio le teche con i grandi scheletri animali della collezione Lemoigne della Facoltà di Veterinaria dell’Università di Parma, dove Bignetti insegna biochimica clinica e biologia molecolare e si occupa anche di effetti psico-attivi degli alimenti, proviamo nel suo studio a focalizzare con lui i termini del «modello».
Tanto per cominciare, professor Bignetti, si sa spiegare come mai ultimamente nella comunità scientifica stiano fiorendo tanti studi sul libero arbitrio?
Le dirò che sono fenomeni frequenti nel mondo degli studi. Improvvisamente tantissimi studiosi se ne escono con articoli divulgativi sullo stesso argomento. Esiste forse una cooperatività segreta, o un passaparola, per cui accade così.
Tuttavia lei è stato un antesignano negli studi scientifici su questo argomento. Dove affonda le radici?
Tutto è nato quando ho incontrato Jean Klein, maestro yoga della scuola Advaita Vedanta, sostenitore dell’idea che «il film della nostra vita è già stato scritto; non dobbiamo preoccuparci delle immagini che scorrono sullo schermo ma piuttosto guardare alla sorgente che ne illumina i fotogrammi». Solo con il tempo, riflettendoci e cominciando a insegnare yoga a mia volta, ho compreso il significato profondo di quelle parole. E cioè che l’obiettivo del film della propria vita è la comprensione stessa che il film è già scritto. Secondo il millenario pensiero del Samkhya la coscienza può percepire solo ciò che è accaduto da quel momento in poi. Quindi noi crediamo di decidere, ma in realtà ci accorgiamo solo di quando lo facciamo, perché la natura lo ha già determinato.
Apparentemente un po' poco per demolire secoli di dibattito sul libero arbitrio in Occidente.
E infatti mi sono chiesto come coniugare questa concezione, che chiaramente elimina l’idea di libero arbitrio, con la netta consapevolezza che noi tutti possediamo circa la responsabilità delle nostre azioni. Del resto il libero arbitrio a pensarci bene è un concetto assurdo.
In che senso?
Nel senso che per essere davvero libero ogni individuo dovrebbe decidere a caso, sempre e senza alcuna motivazione. Ma ovviamente così sarebbe solo il caos. La realtà è diversa.
E infatti da biologo, avrà sentito il bisogno di verificare questa realtà con mezzi scientifici, immagino.
Certamente. E tutto mi si è cominciato a chiarire quando ho scoperto i lavori del fisiologo americano Benjamin Libet, premio Nobel del 2003, sulla precedenza dell’attività corticale rispetto alla consapevolezza della decisione cosciente. Si tratta di un anticipo di 200 millisecondi, un tempo enorme in termini biologici.
Ma non si potrebbe chiamare libero arbitrio già quell'azione del cervello? In fondo siamo pur sempre noi a metterla in moto.
La differenza sta nel fatto che l’individuo non è cosciente di quel primo meccanismo cerebrale. Se però l’uomo ha elaborato il concetto di libero arbitrio, un motivo ci sarà. Ed ecco il punto centrale del mio modello: in realtà il soggetto ha bisogno dell’idea di libero arbitrio, per potergli attribuire la responsabilità di un’azione in modo da interpretare in forma egocentrica ogni piccolo apprendimento del cervello e costruirsi l’illusione di una personalità a cui attribuire le nostre decisioni per convincerci di averle prese noi. In realtà il cervello si limita ad agire secondo un meccanismo di premio o punizione sulla base di quanto appreso in precedenza. Quindi il libero arbitrio è un’illusione, che ha però un ruolo fondamentale nella condizione umana ed evolutiva. È il modo con cui ha imparato e impara a fare qualsiasi cosa. Coscienza è solo constatare ciò che accade quando un’azione viene compiuta.
Ma in questo modo non si perde anche la personalità individuale?
No, perché, anche se dal punto di vista del meccanismo in tutti gli esseri umani i neuroni lavorano incessantemente allo stesso modo, il risultato di quel lavoro è determinato dal tipo di stimolo e dalla rete di apprendimenti costruita dal singolo soggetto nel tempo.
Sa che qualcuno potrebbe pensare che questa teoria sia indotta, vero?
Ma certamente, è indottissima, e non ho problemi ad ammetterlo. Però gli esperimenti scientifici, a partire da quelli di Libet, confortano questo modello.
Ci sono anelli che non tengono in questa teoria?
Diciamo che sarebbe utile capire il meccanismo attraverso il quale il nostro sé interiore cosciente riesce a percepire il movimento del pensiero e del corpo durante una azione volontaria. Probabilmente i neuroni-specchio potrebbero essere individuati come interessanti mediatori del meccanismo di apprendimento, soprattutto se si optasse a interpretare la loro natura come prodotto dell’apprendimento associativo anziché in forma adattativa, nella quale cioè prevale l’idea di una loro preesistenza.
Lei è anche artista figurativo, fa installazioni. Come sistema la dimensione estetica in questo modello cognitivo?
Credo ai doni di natura e alle coincidenze meravigliose che stimolano un’espressività particolare. Nel mio caso la ricerca per l’espressione artistica corre su un binario parallelo con la ricerca scientifica. La curiosità è un’onda che sospinge verso mete ricche di immaginazione. Immaginare significa pensare, e i neuroni sono nati per pensare, continuamente.

 

 

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