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Banca Monte, addio

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Dal 20 luglio Banca Monte entra a tutti gli effetti nel Gruppo Intesa Sanpaolo. Un passaggio storico per l'istituto di credito. Dal Monte di Pietà del 1488 ad oggi, le novità che porterà il cambiamento, nonché i commenti della Fondazione Monteparma e dei dipendenti.

Patrizia Ginepri

Sono state sostanzialmente quattro le tappe che hanno sancito l'ingresso di Banca Monte Parma nel Gruppo Intesa Sanpaolo. L'iter è iniziato nel 2011 quando Cà de Sass ha acquisito il pacchetto di maggioranza dell'istituto di credito parmigiano. Le quote residue, appartenenti alla Fondazione Monteparma (10%) e alla Fondazione di Piacenza e Vigevano (10%) sono state cedute a Intesa Sanpaolo a fine 2014. Un altro passaggio importante è avvenuto ad aprile di quest'anno, quando è stato depositato al Registro Imprese di Torino il progetto di fusione per incorporazione di Banca Monte nel gruppo Intesa Sanpaolo (così come è avvenuto contemporaneamente per la Banca di Trento e Bolzano). Ora l'operazione si chiude definitivamente. Da lunedì, infatti, spiega il sito di Intesa Sanpaolo, «decorre l’efficacia giuridica della fusione per integrazione di Banca Monte Parma in Intesa Sanpaolo. Cosa significa concretamente, per correntisti e dipendenti? Ne parliamo con Luca Severini, direttore regionale di Intesa Sanpaolo (per Emilia Romagna, Marche, Abruzzo e Molise).

Cosa succederà a partire dal 20 luglio? Come verranno riorganizzati servizi e filiali?

La rete di sportelli di Banca Monte Parma, così come previsto dal piano d’impresa di Intesa Sanpaolo, sarà coordinata da tre direttori commerciali per i diversi settori di mercato: retail (per la clientela con esigenze di base), personal (per i clienti che richiedono servizi più articolati, soprattutto per gli investimenti) e imprese (rivolte espressamente alle piccole e medie imprese). I direttori commerciali saranno assistiti nella loro attività da direttori di area retail, personal e imprese che avranno il presidio commerciale quotidiano del territorio di competenza di Banca Monte Parma. Inoltre, a Parma resteranno operativi i presidi delle strutture che compongono la direzione regionale e cioè: crediti, pianificazione commerciale, personale, mutui, ecc.

Ci saranno sovrapposizioni con Carisbo?

Le filiali resteranno quelle attualmente in essere; è evidente, però, che nel tempo si dovrà procedere ad una razionalizzazione della presenza del nostro Gruppo.

Il marchio resta? Verrà semplicemente affiancato quello di Intesa Sanpaolo?

Resterà l'attuale insegna con il marchio Banca Monte Parma accompagnato, ovviamente, dal logo del Gruppo Intesa Sanpaolo, che inizialmente verrà aggiunto, poi gradualmente saranno realizzate le nuove insegne.

In città qualcuno dice che palazzo Sanvitale verrà messo all'asta. Quali sono i progetti?

Relativamente a palazzo Sanvitale, ad oggi non è prevista alcuna operazione. Resta la sede di uffici della banca, tra cui la filiale Imprese di Parma, la filiale di Intesa Sanpaolo Private Banking e la sede parmense della divisione Corporate ed Investment Banking di Intesa Sanpaolo.

La Fondazione Monteparma al momento resta? E il Mup?

Non sono previste variazioni: attualmente parte di Palazzo Sanvitale è occupata dalla Fondazione e da sue strutture e così continuerà ad essere.

Cosa cambierà per i correntisti? E' vero che cambiano tutti i codici iban?

I correntisti continueranno a rivolgersi alla stessa filiale ed agli stessi gestori, presso i quali troveranno la consueta disponibilità, attenzione e professionalità. L’unica cosa che cambierà è il codice Iban. Nei giorni scorsi tutti i clienti hanno ricevuto una dettagliata informazione in merito, con la quale è stato comunicato loro il nuovo codice e informazioni utili.

Quali vantaggi porterà il nuovo assetto?

La clientela potrà continuare ad avere il servizio di prossimità che una banca radicata sul territorio è in grado di assicurare, coniugato con l’alta qualità ed efficienza che solo un grande Gruppo bancario internazionale è in grado di garantire, in particolare per chi opera con l’estero che si troverà affiancato da un nome, Intesa Sanpaolo, di assoluto prestigio sul mercato nazionale ed internazionale. E infine , come direttore regionale mi impegno fin da subito a mantenere alta l’attenzione commerciale sul territorio di riferimento di Banca Monte Parma, al fine di sostenere la crescita dell’economia reale che è costituita dalle famiglie e dalle imprese che vivono ed operano in questo importante territorio.

«Se ne va un pezzo di città»

Lorenzo Cenenari

Soddisfazione per la continuità occupazionale, rammarico per un’azienda che dopo 500 anni di storia vede sparire – o quasi - la propria identità. Questo, in estrema sintesi, il pensiero che emerge dalle considerazioni raccolte presso le sigle sindacali di categoria, reduci da anni di strenue battaglia.

«Lunedì si completa il percorso di fusione per incorporazione – spiega Stefano Fornari, coordinatore Fisac Cgil di Banca Monte Parma –. Di fatto, Banca Monte intesa come società non esiste più e questo deve fare riflettere. Se ne va un pezzo di città, originato dagli enti locali, che gli incolpevoli lavoratori e i cittadini stessi hanno difeso con tutte le loro forze. Mi auguro che le responsabilità del dissesto della banca vengano prima o poi individuate. In ogni caso, gli errori commessi dalla passata amministrazione non devono più verificarsi. Come sindacato, continueremo a lavorare – conclude Fornari - per tutelare il capitale umano».

Pur nel dispiacere per un patrimonio andato disperso, spirito propositivo lo professa anche Federica Pattini, Sas di complesso Banca Monte e Gruppo First Cisl: «Entriamo a tutti gli effetti nella capogruppo di una società quanto mai solida: il lavoro è salvaguardato – afferma la Pattini -, in più per i dipendenti si aprono nuove prospettive professionali. Non dimentichiamo, tuttavia, che la smobilizzazione delle quote della Fondazione ha rappresentato per la città intera una perdita considerevole, quantificabile in circa 3 mila euro per cittadino». Pattini individua infine un nesso tra la crisi di Banca Monte e il fallimento del Parma Calcio: «Fu la dirigenza di allora – spiega – a finanziare il progetto di Ghirardi. Non sarebbe forse il caso di indagare, e cercare eventuali responsabilità del crac Parma anche in capo ai manager di Banca Monte?».

Dal canto loro, alla Uilca giudicano il passaggio del 20 luglio «una tappa di carattere prevalentemente amministrativo. Procedure, applicativi e prodotti per la clientela erano di fatto già passati al sistema del Gruppo Intesa, mentre l’accordo sul trattamento dei dipendenti risale a luglio 2014. A proposito di attività sindacale, come pronosticato, il caso di Parma si è rivelato vero e proprio laboratorio locale, poi ripreso dalla contrattazione nazionale. La Uilca esprime da un lato gradimento per la salvaguardia dei posti di lavoro, dall’altro si rammarica per la scomparsa di un marchio dalla storia plurisecolare».

La ragione giuridica cambia, la traccia resta. «È un bene – sostiene Franco Savi, segretario Fabi per Banca Monte – che l’istituto non si sia fuso con altre banche locali del Gruppo. Questo permetterà di conservare intatta la cultura che nel tempo Banca Monte ha trasmesso all’economia parmense. L’occupazione è salva, ma al tempo stesso perde punti il servizio capillare che una volta distingueva la banca. Tuttavia quella di razionalizzare e automatizzare è una tendenza globale. Tra le controllate di Intesa, Banca Monte è in ogni caso l’istituto dal più alto indice di penetrazione, con un monte clienti per addetto particolarmente elevato: attraverso le sinergie di Gruppo, il territorio di Parma – conclude Savi - potrà in futuro assorbire risorse umane da altri comprensori a minor densità».

La storia: dal Monte di Pietà ad oggi

Marzio Dall'Acqua

Il peccato più grave, nel Medioevo? Non certo il sesso né la gola, vizio tipico del clero, ma l’usura. In un mondo di scarsa circolazione monetaria, dove chi aveva diritto di battere moneta spesso la tosava o alleggeriva il valore nominale con leghe sempre meno nobili oppure i cambiavalute erodevano quelle di valore, la mancanza di denaro liquido, a diversi livelli sociali, insieme alla tesaurizzazione di quello buono, determinavano un impoverimento generale e rallentamento nella crescita economica.

C’era anche, nei confronti del denaro un atteggiamento negativo della Chiesa, che, con ondate pauperistiche, ne aveva percorso la storia come correnti sovversive. Il francescanesimo aveva inoltre imposto l’immagine del Cristo e degli apostoli come poveri dipendenti dalla carità del prossimo. Francesco d’Assisi ne aveva incarnato, con la propria vita e la propria predicazione, l’assunto per cui la povertà diventava così non solo la forma di esistenza del vero cristiano, ma anche una forma implicita di santità.

E’ chiaro che i comuni italiani, che stavano organizzando i propri domini territoriali su dimensioni provinciali e crescevano rapidamente grazie ad una classe mercantile, artigianale e di laica formazione colta, contrastando i vecchi poteri feudali sia al proprio interno sia rispetto ad un signore spesso lontano, avendo ottenuto il diritto di battere moneta, cercavano di sviluppare sempre più una economia che crescesse rapidamente attraverso scambi, innovazioni e vie commerciali. I poveri ed i mendicanti venivano visti come relitti di un accelerato fenomeno di urbanizzazione e di crescita demografica, incapaci di adattarsi nella nuova realtà produttiva. Proprio mentre i francescani venivano trasformando il loro ordine in mendicante sia per condividere l’esistenza con i poveri, sia per operare tra loro con la stessa ricerca di sussistenza. Anche se una parte del movimento esercitava principalmente le attività di predicazione, cercando di diffondere l’atteggiamento caritativo e assistenziale nell’organizzazione ospedaliera. Si trattava in sostanza di un modo ambiguo di porsi di fronte al problema della povertà.

Nel frattempo i debitori insolventi venivano condannati pubblicamente all’”acculattata” riservata ai fallimenti dolosi. In piazza Grande, attuale piazza Garibaldi, era stata costruita una struttura con quattro colonne che reggeva una grande campana detta “battifolle” per allarmare la popolazione. Qui sotto era una pietra squadrata sulla quale venivano fatti sedere, sottoposti al ludibrio di tutti, i debitori, ovviamente a sedere nudo, per cui ancor oggi nel dialetto, seppure sempre più raramente, si sente la frase “Aver sculasé la préda”.

Nel XV secolo le lotte tra gli stati regionali ormai consolidati spingono ad una evoluzione economica e sociale sempre più accentuata anche da una politica del lusso. Ebrei sempre più presenti, venuti sia dall’oriente che dalla Spagna, aprivano banchi che portarono ad accentuare il problema finanziario e cercare nuove soluzioni al problema della povertà.

Bernardino da Feltre, al secolo Martino Tomitano (Feltre, 1439 – Pavia, 28 settembre 1494), minore osservante, cercò di promuovere una soluzione diversa ed originale, rispetto a quelle precedenti, che coinvolgesse sia la carità cristiana, che una visione economica adeguata al nascente capitalismo. Egli non fu l’inventore dei Monti di Pietà, come si dice, ma ne fu il propagandista più appassionato, il paladino più tenace. Si trattava di creare una banca che potesse raccogliere ed investire i risparmi privati, concedere prestiti su pegno ad interesse molto basso (quattro per cento) e che potesse nel contempo devolvere il surplus ai poveri.

Un’altra ragione che mosse il frate, non abbastanza sottolineata dagli storici, fu il fatto che ormai mentre gli ordini francescani avevano trovato un loro equilibrio molti “affratati”, come si diceva cioè frati più o meno legittimi, autorizzati si mescolava ad una plebaglia di accattoni, di cercanti, che inventavano mille modi per sopravvivere ai margini della società, comprese le truffe e gli imbrogli. La letteratura dell’epoca è piena del segno di questa decadenza di un ideale che era stato alto.

Naturalmente a sostenere il progetto, che ebbe forti avversioni anche nella Chiesa ufficiale, sia ovviamente negli usurai legati al potere politico, spesso prestando ai signori per le loro imprese ingenti somme, che volevano garantite. E non si trattava solo di ebrei, come dimostrano gli episodi parmigiani, del 1484. Allorché Niccolò Rubieri noto strozzino veniva sepolto in San Francesco del Prato e la folla inferocita lo disseppellì e ne gettò il cadavere nel torrente dal Ponte della Pietra, ora di Mezzo. e, del 1485, quando Furlotto Cassinaro ebbe lo stesso tipo di sepoltura. E’ evidente che il problema aveva anche implicazioni di ordine pubblico e di controllo sociale.

Il 27 gennaio 1488 fu comunicato in Piazza Duomo, dove una folla era riunita in attesa, ufficialmente che lo statuto del Monte di Pietà di Parma era stato approvato ed aveva una definita forma giuridica. Bernardino da Feltre, presente, alzò la tavola con l’insegna del nuovo istituto che rappresentava la “Pietà”, il Cristo che sorgendo dal sepolcro, a mezzo busto, mostra le mani perforate dai chiodi, con i segni visibili della Passione.

Nel 1491 abbiamo il primo bilancio sopravvissuto che viene inviato a Bernardino che era a Bologna a predicare la Quaresima. L’organizzazione del Monte di Pietà prevede un consiglio costituito da quattro ecclesiastici - a rappresentare i Canonici del Duomo, il monastero di San Giovanni Evangelista, il convento dell’Annunziata dei Minori Osservanti e gli agostiniani di Sant’Antonio Abate - e nove laici, scelti a tre per tre per rappresentare le categorie che componevano il Consiglio Comunale: tre dottori in legge, tre mercanti e tre piazzesi, cioè tre gentiluomini che vivevano delle loro proprietà. La prevalenza dei religiosi era dovuta sia al fatto che la connotazione religiosa dell’istituzione doveva caratterizzare la nuova ideologia cristiana verso la povertà, sia al fatto che i conventi con talora ricchezze in esubero erano tra coloro che prestavano denaro per cui un controllo di questo flusso diventava importante e poteva essere dirottato, come gli investimenti privati, sul capitale del Monte. Inoltre una delle forme di ricapitalizzazione erano le donazioni ottenute soprattutto attraverso lasciti ereditari. Il Comune finanziava con le entrate di alcune botteghe della Piazza Grande. La struttura privata era sottolineata dal fatto che fino al 1516 il Monte non aveva una propria sede, ma i presidenti, come si chiamavano i membri del Consiglio, si riunivano nella casa privata di Baldassarre Nironi nella vicinia di San Tiburio e solo da quell’anno ebbe una residenza propria nella vicinia di Sant’Alessandro. In casa Nironi era anche il primo banco. Un secondo fu eretto nel 1492 in Piazza Grande ed un terzo fu aperto nel 1503 o 1504. I primi cassieri, rimasti in carica per quasi venti anni e che diedero basi solide al Monte furono Baldassarre Nironi e Bartolomeo Baldichini.

Questa struttura durò, tra alterne vicende fino all’epoca napoleonica, arrivando a fornire prestiti ingenti anche ai duchi Farnese, specialmente ad Odoardo durante la guerra di Castro, che vennero garantiti prima da arazzi e altre opere pregiate e poi da tazze e boccali preziosi.

Nel 1807 l’amministrazione della pubblica beneficienza divenne totalmente laica ed ad appannaggio dello stato, che diventava responsabile del benessere dei propri cittadini, per cui il Monte fu dapprima collegato con gli ospedali, i conservatori, e le strutture benefiche in una unica “Congregazione di Carità”, me nel 1811 riebbe la sua autonomia stabilita da nuovi statuti Presidente divenne il sindaco della città assistito da due consiglieri comunali, organizzazione che rimase in vigore fino al 1860, al momento dell’Unità nazionale, fatta salva una breve modifica durante il governo provvisorio del 1848 che riportava il Monte sotto l’egida dello Stato.

Mutano lentamente le condizioni economiche e gli strumenti creditizi del nuovo Stato italiano, per cui solo nel 1913 nasce la Banca del Monte di Parma. Nel 1923 tutti i Monti vengono sottoposti alle stesse regole delle Casse di Risparmio e vengono distinti in due categorie a seconda che svolgano in modo primario o meno le funzioni di credito e, come nel caso di Parma, secondariamente quello di prestito su pegno. Una secolare struttura definitivamente si collega ad un sistema moderno del credito, in continua modificazione e adattamento ad una realtà mutevole.

La Fondazione Monteparma: «Decisione inevitabile»

Dicembre 2014: Banca Monte e Fondazione Monte Parma imboccano una volta per tutte strade diverse. Palazzo Bossi Bocchi cede a Intesa Sanpaolo la residua partecipazione azionaria del 10% detenuta nel capitale sociale dell’istituto di credito da una costola del quale, nel 1991, la Fondazione stessa aveva visto la luce.

Un passaggio, l’alienazione delle ultime quote al primo Gruppo bancario italiano, che seguiva di quattro anni l’operazione con cui Fondazione Monte Parma consegnava a Intesa il pacchetto di maggioranza (51%) di Banca Monte. Attività e ragioni sociali distaccate, radici comuni: nel cuore dei parmigiani, almeno laggiù, Banca e Fondazione saranno sempre unite.

«Quella di uscire dal pacchetto azionario – spiega Roberto Delsignore, presidente della Fondazione – è stata una decisione inevitabile, guidata da scenari di mercato in evoluzione e da sfide economiche di proporzioni diverse che in passato. Oggi, Banca Monte è parte integrante del maggiore Gruppo bancario nazionale: Intesa ha dimostrato interesse a stabilire il proprio presidio su un territorio di eccellenza, e ci auguriamo per il bene della città che il management tenga fede alla propria strategia».

Il presidente della Fondazione Monteparma si sofferma poi sui dipendenti della banca: «Pur inseriti in una nuova e più complessa dimensione societaria, la speranza – afferma – è che i lavoratori vengano tutelati e coinvolti il più possibile nelle dinamiche aziendali. Il patrimonio di competenze custodito dai dipendenti di Banca Monte è molto prezioso e non va assolutamente disperso. Resta in ogni caso il rammarico per la perdita di un’istituzione che nei secoli ha accompagnato la crescita di un territorio». L.C.

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  • Vercingetorige

    19 Luglio @ 12.30

    FINIRA' CHE LA SOLA Banca parmigiana che resterà a Parma sarà la "BANCA DI PARMA" , che dovrebbe aprire gli sportelli in autunno .

    Rispondi

  • Biffo

    18 Luglio @ 11.23

    Spero di non dover dire addio anche a quanto ho depositato sul mio c\c.

    Rispondi

    • Vercingetorige

      18 Luglio @ 11.42

      No , ma finirà cliente della Cassa di Risparmio di Bologna. Infatti tutti gli sportelli di Intesa San Paolo in Emilia - Romagna sono andati a CARISBO , che è anch' essa del Gruppo.

      Rispondi

      • federicot

        18 Luglio @ 17.18

        federicot

        letta sul topolino? o il corriere dei piccoli? Informati meglio va là

        Rispondi

        • Vercingetorige

          19 Luglio @ 12.21

          SEI TANTO STORDITO ( effetto precoce di qualche liberalizzazione ? ) CHE NON VEDI NEANCHE QUELLO CHE HAI SOTTO IL NASO ! Non c' è più nessuno sportello "Intesa San Paolo" in Emilia - Romagna . Sono passati tutti alla Cassa di Risparmio di Bologna ( CARISBO ) , che fa parte del Gruppo. A Parma , per il momento , sono tre : uno in piazza Garibaldi , uno in via Verdi ed un altro in via Langhirano. Se vuoi trovare uno sportello "Intesa San Paolo" devi andare a Casalmaggiore ( Lombardia ) . Prova con tre thermos di caffè forte , uno dietro l' altro !

          Rispondi

      • Biffo

        18 Luglio @ 16.26

        Fra l'altro, mentre gli impiegati di BancaMonte continuano a negarlo ostinatamente, se si vuole avere, dallo sportello Bancomat, il saldo o fare un bonifico, immancabilmente, da mesi, esce l'avviso che quelle funzioni sono TEMPORANEAMENTE disabilitate.

        Rispondi

        • federicot

          18 Luglio @ 17.19

          federicot

          chiedi bene, perchè a me funziona tutto. Cliente ex banca monte

          Rispondi

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