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Ferrarini, il ricercatore d'oro

Dai fan di Ian Anderson ad allievo di Severino Gazzelloni: tutte le sfumature del flauto

Claudio Ferrarini possiede l'ultimo esemplare dello stesso modello  realizzato per Gazzelloni

Claudio Ferrarini possiede l'ultimo esemplare dello stesso modello realizzato per Gazzelloni

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Dici flautista e pensi subito a Severino Gazzelloni e a Ian Anderson, anche se non è facile trovare altri punti di contatto tra il maestro ciociaro star della classica e il bardo scozzese alfiere del progressive. Eppure nella carriera di Claudio Ferrarini, indiscutibilmente uno dei più apprezzati solisti del panorama contemporaneo, entrambi hanno giocato un ruolo chiave, seppure in tempi - e modi - assai diversi. Tanto per cominciare, il flautista parmigiano incarna uno dei pochi esempi di musicista classico partito dal rock, come lui stesso racconta: «Assistere al concerto dei Jethro Tull a Firenze nel 1972 mi cambiò la vita: decisi che dovevo assolutamente imparare a suonare il flauto. Fu così che ne acquistai uno da Davoli, che allora aveva il negozio di fronte al Regio, pagandolo a rate, e cominciai a esercitarmi. Allora frequentavo l'Istituto d'arte perchè l'altra mia grande passione era il disegno: ma non appena mi resi conto che diversi miei compagni del Toschi avevano molto più talento del sottoscritto, passai al Conservatorio. E non fu facile all'inizio, perchè mi dissero subito che dovevo tagliarmi i capelli e cambiare repertorio, visto che mi ero presentato cercando di eseguire la Bourèe di Bach come la suonava Ian Anderson».

Dunque niente più Bubble Gum, il gruppo con cui suonava all'epoca facendo la spola tra il Redas e il CanAm, aprendo i concerti delle Orme o della Formula 3: in compenso il diploma al Conservatorio gli aprì le porte delle più prestigiose scuole di perfezionamento, come quella di Vienna o dell'Accademia Chigiana, dove per l'appunto fu allievo di Gazzelloni.
«E' stato il mio maestro - dice senza mezzi termini Ferrarini - eravamo davvero come padre e figlio. Tra l'altro proprio lui, già a partire dalla fine degli anni Settanta, ha inventato il crossover, ben prima di Pavarotti. Anche se dopo la sua morte la sua memoria si è un po' sbiadita, forse perchè non ha saputo circondarsi di persone che sapessero raccoglierne l'eredità».

A Ferrarini di diventare a sua volta una star della classica (come Andrea Griminelli per intenderci) non è mai interessato: la sua indole è quella del ricercatore.
«Come esecutore, Andrea è un vero cavallo di razza, che va lasciato correre e galoppare; io cerco di più le sfumature, il lavoro di scavo, non mi accontento di suonare il flauto in modo tradizionale».

Questo spiega anche la scelta di non suonare in orchestra.
«Da giovane sono stato anche primo flauto con il compianto maestro Campori, ma l'orchestra non fa per me. Il repertorio del mio strumento è immenso, io desidero avere la libertà di suonare ciò che è adatto al mio temperamento: questo, a mio avviso, è il virtuosismo».

Della famiglia dei legni, il flauto è lo zio ricco visto che i top della gamma sono in oro e in platino.
«Io ne posseggo due d'oro massiccio 14 k, uno dei quali è l'ultimo costruito da Johannes Hamming prima della sua morte, lo stesso di Gazzelloni, Ne ho anche uno di platino realizzato da suo figlio Bernhard».

Guai però a pensare che l'utilizzo di questi metalli preziosi abbia a che fare con l'esibizionismo.
«Il flauto d'oro e quello di platino, scaldandosi più lentamente, mantengono l'intonazione e dunque sono più adatti al solista, mentre il flauto d'argento è più adatto in orchestra. E' un discorso legato alla fisica: più è alto il coefficiente di durezza di un metallo, più il costruttore riesce a tirarlo con una grammatura molto sottile, per farlo vibrare di più».

Un po' come tirare la sfoglia?
«Beh, con un po' di fantasia si può dire che il concetto è simile: se la sfoglia è sottile esalta di più il ripieno, così il flauto sottile è a sua volta più sonoro».

A proposito di fantasia: un po' ce ne vuole a incidere un disco per flauto e pianoforte dove celebri arie liriche di Verdi, Puccini e Donizetti prendono la strada del tango e del samba e intitolarlo «Joseph Green Revolution»...
«Beh, qui il merito è di Alessandro Nidi, a mio parere il miglior arrangiatore che c'è. Comunque sia chiaro che questo disco è stato fatto con amore, non certo con l'intento di dileggiare i nostri massimi compositori. L'abbiamo già presentato tre volte dal vivo ed è stato molto apprezzato. Se il pubblico capisce il lavoro che c'è dietro, meglio suonare queste cose piuttosto che Berio o Bussotti. Stesso discorso per le arie da salotto di Verdi: mi piace accompagnare i cantanti, con Michele Pertusi abbiamo fatto un'ottima operazione».

Reduce da Istanbul, dove ha eseguito un concerto di Mozart per pianoforte trascritto da Emilio Ghezzi per flauto e orchestra, Ferrarini coltiva un progetto dietro l'altro. Del resto non si incidono 110 dischi di cui l'80% rappresentato da prime esecuzioni, se non si è alla continua ricerca di repertori rari.
«E' la curiosità che mi spinge - osserva, definendosi senza vanagloria una sorta di Indiana Jones del flauto - a Vienna ad esempio ho trovato la trascrizione di tutte le sinfonie di Beethoven per flauto e pianoforte: le eseguirò in tre concerti, sarà una cosa da Guinness dai primati».

E per il 2015 è già in cantiere un'altra impresa: un triplo cd con 32 sonate inedite composte da Federico II di Prussia, quasi un nume tutelare per Ferrarini, che a Potsdam è di casa.
«E' passato alla storia per essere stato un grande sovrano, ma era anche un grande appassionato di musica, compositore e flautista lui stesso. Sto anche scrivendo un romanzo in cui racconto le sue vicissitudini: pochi sanno che, pur essendo omosessuale, Federico II amò una sola donna, la ballerina Barbara Campanini, detta La Barberina, che per diversi anni fu la più celebrata danzatrice di Berlino. Manco a dirlo, era di Parma».

 

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