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Mario Lanfranchi tra gusto e voglia di sperimentare

Mario Lanfranchi tra gusto e voglia di sperimentare
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 Vanni Buttasi

Una carriera artistica che sembra un romanzo popolare. Una vita avventurosa che, per raccontarla, ci vorrebbe un libro. Mario Lanfranchi, 86 anni («ormai i compleanni non li festeggio più»), ha fatto, come regista, televisione, cinema e teatro: è stato sceneggiatore e produttore di «Caroselli» ed è un grande collezionista d’arte. Nel 2004 ha ricevuto il Sant'Ilario d’oro, massimo riconoscimento del Comune di Parma come eminente ed eclettica personalità della cultura e dello spettacolo. Vive in una villa cinquecentesca a Santa Maria del Piano dove, in passato, ha organizzato spettacoli.
Come è nato il suo amore per la musica?
«Mio padre Guido è stato sovrintendente del Teatro Regio: sono nato nella buca del suggeritore. Era tanto orgoglioso di me, che mi fece vedere ai dipendenti del teatro. Successivamente, in età adulta, ho amato la lirica ma anche la prosa e la rivista».
 Lei fu il primo a portare un’opera lirica sul piccolo schermo?
«Allora, parlo degli anni '50, c'era molto diffidenza: l’opera era destinata ad un pubblico di appassionati. All’epoca Mario Labroca, alto funzionario della Rai, approvò il mio progetto: il mio scopo era quello di portare l’opera lirica là dove non era mai arrivata. Allora, in televisione, andava solo un certo tipo di cultura e proporre un’opera sarebbe stato un’importante rivoluzione. Così, nel 1956, arrivò sul piccolo schermo 'Madama Butterfly' di Giacomo Puccini. Io, per quell'allestimento, volevo due giovani protagonisti. Così si fecero numerosi provini e fra le tante cantanti selezionate c'era anche Anna Moffo, che successivamente divenne una grande diva internazionale, nonché mia moglie. Con lei vissi un periodo molto felice. Ma, tornando all’opera, ci fu per me l’innamoramento del regista per la protagonista: cercavo di tirare fuori alla Moffo il meglio. Anche se, più tardi, quell'innamoramento artistico si rivelò qualcosa di più. Ricordo ancora, con emozione, quando la accompagnai in auto al suo albergo. Scese mentre io tiravo giù il finestrino. Lei si girò e mi disse 'Ti amo' e io, come un cretino, risposi 'Grazie'. Ma lì agì la vera essenza dell’amore».
Come era la tv sperimentale? Quali ricordi di quegli anni?
«Fu un periodo molto emozionante della mia vita. Pensavamo di cambiare il mondo, creando questo mezzo straordinario di comunicazione. Negli studi c'era un’atmosfera unica, grande entusiasmo: eravamo disposti a dormire lì perché sapevamo che stavamo facendo qualcosa di eccezionale. Fino a scoprire che quella era solo una scatoletta, 'The box', come dicono gli americani. Di quegli anni ricordo anche la realizzazione dei 'Caroselli', una vera e propria novità dell’epoca. Fui produttore e anche regista. Con me c'era Sandro Bolchi, colonna degli sceneggiati televisivi. Decidemmo di metterci insieme, fondando una casa di produzione: allora non c'era un regime di concorrenza e così facemmo un po' di soldi. Adesso guardo veramente poco la televisione: il televisore mi serve solo come video per rivedere vecchi film in bianco e nero, di cui sono un grande collezionista. Mi informo leggendo i siti dei giornali per le notizie internazionali e la Gazzetta per la cronaca locale».
 Come avvenne il passaggio al cinema?
«La televisione mi aveva rivelato la sua vera essenza, anche se io avevo fatto teatro (sono diplomato all’Accademia). Avevo dato tutto alla televisione e venni via assieme ad alcuni colleghi. Mi chiamarono, successivamente, per alcuni inaugurazioni come per l’Eurovisione o l’apertura degli studi di Napoli. All’epoca la mia aspirazione era di realizzare dei progetti per il grande schermo. Così mi trasferii da Milano a Roma per fare cinema. Allora potevi fare film se avevi una buona parlata romanesca, così io fui guardato subito con sospetto. L’inserimento, in quel mondo, fu molto faticoso ma alla fine, con la mia tenacia, ci riuscii. Così, nel 1967, realizzai un western italiano, 'Sentenza di morte', abbastanza atipico. Allora si parlava di spaghetti western: solo più tardi venneresa giustizia su questa terminologia. Proprio in questi giorni mi è arrivato un libro di Giulio Domiconi che parla del western italiano, analizzando alcuni film tra cui appunto il mio. Di me, l’autore dice che ho una concezione profondamente cristiana, in quanto vedo il male come deformazione del bene. Così, leggendo quell'analisi, ho scoperto di essere cristiano. L’ultimo mio film è del 1981: 'Venezia, carnevale, un amore' con un cast stellare che comprendeva Rudolf Nureyev, Peter Ustinov e Carla Fracci. E’ stato l’unico musical girato interamente a Venezia».
Ha dei rimpianti?
«Ho, nel cassetto, 3-4 soggetti. Purtroppo, all’epoca, scoppiò una grave crisi per il cinema italiano: tra i nemici la televisione e il cinema americano, che aveva altri mezzi di diffusione».
Come è il suo rapporto con Parma?
«Sono andato via molto presto da Parma, dopo i devastanti bombardamenti del 1944. Andai a Milano, che si riteneva più sicura, e come arrivai ci fu un bombardamento. Sono rimasto affascinato da Milano ma ho mantenuto sempre un legame ideale con Parma. C'è stato un rapporto di tenera amicizia con Renata Tebaldi. La conobbi da vicino a Traversetolo, da Sandrini: la sua voce emetteva un suono che non ho mai più sentito. La ritrovai al debutto. E la Tebaldi, mi portò a conoscere Toscanini: lei era la sua pupilla. Disse rivolta verso di me: 'Questo è un giovane regista di Parma'. Io ero intimidito da questo mito. Lui mi punto un dito sul petto e disse: 'Sei capace di parlare in dialetto?'. Risposi di sì e recitai una poesia di Pezzani. Alla fine Toscanini, lentamente, mi applaudì. Poi ho avuto legami con Montacchini, grande fotografo e intrattenitore. Sono molto legato, come non potrebbe essere, al Regio, al dialetto, al cuore della città».
Anche quest’anno farà una rassegna nella sua splendida villa?
«Ho realizzato per dieci anni delle rassegne perché tutti mi chiedevano di visitare la villa, così decisi di aprirla una volta all’anno a Lesignano. L’organizzazione degli eventi è stata molto pesante anche perché facevo tutto io. Per l’occasione ho anche scritto qualche spettacolo».                                                
 

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