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Comunicato Stampa: “Poesie di vita: la gioia, l’amore, il dolore, tutto è vita”: l’intimità poetica che diventa ritmo

Comunicato Stampa: “Poesie di vita: la gioia, l’amore, il dolore, tutto è vita”: l’intimità poetica che diventa ritmo

26 Febbraio 2026, 14:48

Nella vita ogni cosa passa e ogni cosa lascia un segno. La poesia di Sonia Govoni parte da qui, da quell’impronta che resta sulla pelle e nella coscienza, e costruisce una raccolta che accoglie l’esperienza nella sua interezza, con la stessa attenzione per la luce e per la ferita. “Poesie di vita: la gioia, l’amore, il dolore, tutto è vita” è pubblicato dal Gruppo Albatros Il Filo e, già a partire dalla copertina, il dato editoriale si fa scelta etica: si annuncia infatti che il ricavato del volume sarà devoluto ai bambini poveri dell’Africa . Questa destinazione dialoga con una presenza africana ricorrente tra i testi, spesso elevata a misura morale oltre che geografica. La premessa dell’autrice sceglie una formula chiara: la raccolta vuole restituire la complessità della vita, fatta di alti e bassi, emozioni, delusioni, gioie, dolori. Poi arriva l’indicazione di metodo: poesie in rima, in ordine alfabetico, non per argomenti. È come se l’alfabeto diventasse un modo per dire che i sentimenti non arrivano in sequenza ordinata e chiedono una lingua che li riconosca. La dedica di Govoni chiarisce da dove arriva questa urgenza: il ringraziamento ai genitori, l’educazione al rispetto per la vita “nella gioia, nella prova e nel dolore” , poi l’omaggio al marito che ha affrontato con dignità una malattia improvvisa, sostenendo il dolore fino alla fine. Le parole della dedica non cercano scena, cercano verità, e offrono una chiave per molte liriche: qui il canto nasce da incontri reali, da perdite, da gratitudini che hanno un proprio peso. Il titolo lavora nello stesso senso. È programmatico, quasi una dichiarazione, e proprio per questo efficace: nomina gioia, amore, dolore e poi li riunisce in una conclusione netta, “tutto è vita” . Qui la poesia non espelle nulla dall’esperienza e non concede al bene il monopolio della parola. Chi legge prende posto dentro un’idea precisa: ogni evento, anche quando brucia, appartiene alla trama della crescita. La prefazione riconosce il baricentro spirituale del libro: la fede come sguardo che eleva, la voce che si rivolge a Dio fino a trasformare diversi testi in preghiera. Questa dimensione convive con un amore tenace per la natura osservata nel suo ordine essenziale e con il richiamo all’Africa, contrapposta al materialismo occidentale, con un’etica della sobrietà che suona come riconquista della dignità. La stessa linea di intimità mistica affiora in “Un dolce pianto” , dove l’anima si scioglie in lacrime “d’argento” davanti a un Dio percepito come presenza viva, chinata sul cuore. È una fede raccontata con immagini tattili e luminose, capace di parlare anche a chi attraversa il dubbio, perché non viene presentata come trionfo, viene presentata come incontro. Sul piano stilistico, Govoni sceglie le rime baciate , aabb, e costruisce un ritmo musicale e meditativo. La prefazione parla di rime come “respiri”, e questa immagine chiarisce l’impianto: il verso appare come un modo di rientrare nel corpo e rimettere in fila il battito quando la realtà disordina. Il linguaggio resta semplice, evocativo, attraversato da simboli di natura e sacro. Il punto di ingresso più diretto è “Africa… Felici con niente” . La voce denuncia il rumore dei “cosiddetti civili”, quel frastuono che “attutisce le facoltà più sottili”, e arriva a un’immagine che resta: una gente che “soffre, muore ed è felice con niente” e porta “con umiltà il più bel sorriso”. L’Africa entra come specchio, come possibilità di rettificare lo sguardo. In “Ali per volare” la raccolta mette a tema la scrittura: il canto è “solitario”, l’io si scopre stenografa dell’animo, e il nucleo sta nel distico conclusivo, essenziale: “sol questo tuo rimare / è simile al volare”. La rima diventa un’ala povera, un’ala che regge il passo del vivere. Il registro si fa intimo in “Un nodo alla gola” : lenzuola bianche, membra stanche, un sorriso che tentenna. Il tempo viene nominato come qualcosa che vola, e proprio questo rende più fisico l’addio. Govoni dice la fragilità senza decorarla, lasciandole il suo volto familiare. Quasi per contrasto, “Un nuovo giorno” sposta il filo verso un’esperienza di pace interiore: chiudere gli occhi, scivolare, destarsi e scoprire “una gran pace dentro di me”, fino alla “luce stupenda” del mattino. È una poesia che offre una pratica mentale breve, un gesto per attraversare inquietudine e ritrovare centro. In “Voce” la scrittura diventa presenza insistente che rapisce la mente e tormenta la mano: la poesia esce “di getto”, esce “dal petto”. La parola, in questa silloge, nasce come urgenza e necessità di portare fuori ciò che preme dalle pareti dell’anima. Accanto a questi nuclei, i testi di appartenenza e paesaggio rafforzano la dimensione concreta: “Amore per la mia terra” celebra lavoro e stagioni, mentre “Terra natia” si dichiara “figlia di contadini” e custodisce una fedeltà trasmessa ai figli. È un immaginario che si inserisce nel solco di una poesia italiana capace di fare del paesaggio una radice, con echi di canto popolare e di lirica rurale. L’Africa ritorna in “Mal d’Africa” come riconoscimento della mano tesa “che non ha pretesa”, del sorriso gratuito, del rifiuto dello spreco, fino alla chiusa che lega tutto all’“Amore del Signore”. Qui Govoni si colloca nella tradizione della poesia devozionale che attraversa la preghiera in versi e la religiosità come lingua quotidiana. C’è poi un dialogo con la grande poesia dell’oltre: in “Mare” l’ultima parola apre “là… nell’infinito”, e l’orizzonte richiama una memoria leopardiana fatta di limite e dilatazione. Govoni sceglie la concretezza delle onde e dei gabbiani, e affida al finale la vertigine gentile. Nella voce di Sonia Govoni si riconosce un’eco di lirica italiana che tiene insieme canto e preghiera , con una musicalità semplice e insistita che rimanda al filone “popolare colto” del Novecento, dove la parola cerca nitore e consolazione prima ancora che sperimentazione.  L’attenzione ai gesti minimi, alla natura come specchio morale, alla ferita che diventa invocazione, richiama per assonanza una certa linea contemporanea che ha scelto l’essenzialità e l’immediatezza emotiva: la capacità di nominare il dolore senza compiacersene fa pensare, per prossimità di intenzione, a Mariangela Gualtieri quando la poesia si fa rito e invito alla presenza; l’uso del “tu” come interlocutore assoluto e la tensione spirituale trovano un’ombra affine nelle pagine più raccolte di Alda Merini , lì dove la fede e la carne si guardano senza schermature; il tono piano, quotidiano, con improvvise aperture verso l’infinito, dialoga con la lezione di Patrizia Cavalli sul valore dell’essere chiari e feroci con dolcezza. Govoni si inserisce in questo solco con una scelta netta: la rima tradizionale come ritmo di cura, un passo regolare che non cerca effetti, cerca respiro. In filigrana resta la frase della premessa: la vita lascia segni, carezze e cicatrici, e la poesia può diventare un modo per riconoscerli senza paura. Govoni ordina i suoi testi come si ordinano le lettere di un alfabeto, e in quell’ordine simbolico si legge un desiderio semplice: dare un nome alle cose per renderle attraversabili. Alla fine, resta addosso una sensazione simile a un respiro ritrovato: ogni segno può diventare parola, e ogni parola può tornare mano tesa.  

La responsabilità editoriale e i contenuti di cui al presente comunicato stampa sono a cura di NEW LIFE BOOK

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