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Cervellin, il medico umanista lascia il Pronto soccorso

Cervellin, il medico umanista lascia il Pronto soccorso

02 Maggio 2019,03:59

CLAUDIO RINALDI

Medico, umanista, appassionato di scienza, di musica, di letteratura. Da dove si comincia, per parlare di uno come Gianfranco Cervellin, il giorno in cui va in pensione e lascia il Pronto soccorso, dove lavora da 24 anni, 14 dei quali da direttore? Dalla scienza, la stella cometa che ha guidato il suo cammino, professionale e non solo, e ispirato la sua vita. «La scienza è una sola: quella fondata da Galileo. E io mi attengo alle evidenze scientifiche. Rifuggo, da sempre, le medicine alternative per il semplice fatto che non hanno un’evidenza scientifica. Poi si fanno errori, certo. Chi non ne commette? Il più bravo è chi sbaglia meno. La medicina si basa sulle scienze – biologia, fisica, chimica, eccetera – ma non è una scienza. Questo dovrebbe essere capito anche da certa magistratura e, se posso dirlo, da certa stampa».

UNA VITA IN TRINCEA

L’ospedale Maggiore da domani sarà un po’ più povero: Cervellin ha prima “costruito” il nuovo Pronto soccorso e poi lo ha diretto con competenza, professionalità, passione. Sempre in trincea: passando giornate tra lettighe e barelle, spesso nell’area dei codici rossi, certo non scaldando la seggiola del suo studio. E non dimenticando mai di onorare il giuramento di Ippocrate, prestato qualche annetto fa: il paziente viene prima di tutto, punto.

Va in pensione dal Maggiore, ma non smetterà mai di fare il medico: quella è una missione che sente dentro, che va al di là dell’anagrafe, dei contratti di lavoro, del pezzo di vita che si chiuderà domani e di quello che si aprirà dopodomani (del quale, per il momento, non parla: «Credo di aver accumulato una discreta esperienza e competenza, e vorrei continuare a metterle a disposizione della comunità», si limita a dire).

Ma perché va in pensione, adesso che ha solo 63 anni? Per riappropriarsi della sua vita, dice lui. «Perché 14 anni di direzione di un settore tra i più impegnativi, faticosi e difficili della sanità stancano. Ogni sera, rincasando, ti porti a casa un carico di problemi e di tensioni che finiscono per incidere anche sulla serenità tua e dei tuoi cari. E così, avendo riscattato gli anni dell’università e della specializzazione poco dopo l’assunzione – grazie al consiglio del mio primo caporeparto, Giovanni Bufano, uomo di eccezionale cultura e lungimiranza – e avendo raggiunto il massimo, ho preso questa decisione».

DA VENEZIA A PADOVA,
A PARMA

Nato e cresciuto a Venezia (veneziano era il padre, Alberto, impiegato alle Generali), con sangue parmense nelle vene (la madre, Rosetta Cattaruzza, era di Traversetolo) nel ’74 si iscrive a Medicina a Padova, ma resiste solo pochi mesi: «In quegli anni era una città molto difficile, con un ateneo sovraffollato e ingestibile – 2.500 matricole a Medicina nel mio anno – e un clima molto teso: qualcuno ricorda Toni Negri e le sue orde?». Nel ’75 si trasferisce all’Università di Parma.

La scelta di Medicina è venuta quasi per caso. Da bambino era appassionato di biologia e scienze naturali. La svolta dopo l’incontro con lo zio medico di un suo carissimo amico. «Mi ha convinto subito della bellezza di questa professione. Mio padre sulle prime si è opposto, perché non eravamo abbienti e la sua salute vacillava. Mia madre era morta da tempo, a 42 anni, quando io ne avevo 10, e lui vedeva molte difficoltà. Poi ha creduto in me e tutt’ora gli devo gratitudine per questo».

Studia e si applica molto. Si appassiona alla scienza, alla medicina, agli autori di scoperte rivoluzionarie. Si fa una cultura vasta e spessa come ben sa chi lo segue nella sua prolifica e apprezzatissima collaborazione alla nostra pagina culturale. C’è un libro che, più di ogni altro, ha segnato la sua formazione: “Il caso e la necessità” del premio Nobel Jaques Monod. «L’ho letto al primo anno di università, ha segnato profondamente il mio modo di pensare e di affrontare le questioni scientifiche. Se lo riprendo in mano ci trovo tracce e sottolineature di almeno cinque-sei riletture».

L’ASSUNZIONE
ALL’OSPEDALE

Si laurea nell’80. Seguono – tra guardie mediche a raffica e sostituzioni di medici di base – le specializzazioni in Geriatria e gerontologia (1984) e in Cardiologia (1988). Assunto all’ospedale di Parma nell’85 (dopo qualche mese a Fidenza), viene assegnato in Medicina interna, con il professor Carlo Coscelli («Sono rimasto otto, proficui anni»), poi va a Colorno: la Regione aveva deciso che sarebbe diventato il primo day hospital medico e chirurgico autonomo in Italia («Primo anno entusiasmante, ricco di sfide e di successi, poi la Regione ha abbondonato il progetto: e io, appena fiutata l’aria, ho fatto di tutto per tornare a Parma»). Qualche mese in Medicina interna e poi, nel ’95, prende servizio all’Unità operativa di pronto soccorso e medicina d’urgenza, che da allora non lascia più e di cui diventa direttore nel 2005.

Maestri? Tanti («Ho imparato molto da molti, colleghi giovani e meno giovani, ma anche dagli studenti e dai pazienti»). Ma uno, nella sua formazione, viene prima di tutti. Un Maestro vero («Usi la maiuscola, per favore»): Mario Passeri. «L’ho seguito dal ’78 all’85. Dopo mio padre, credo sia la persona a cui devo di più».

LA MISSIONE IN KOSOVO

Esperienze forti? Tante, tantissime. «Come ogni medico d’urgenza – dice –. Ma meglio non parlarne: tanti potrebbero riconoscersi». Una, lontano dall’ospedale, gli è rimasta particolarmente impressa: «Nel ‘99 sono stato in Kosovo, ho partecipato alla missione Arcobaleno organizzata dal governo italiano. Ero uno dei medici che prestavano assistenza nel campo profughi “Kukes 2”, sotto l’egida dell’Unhcr. Avevamo una media di cinque-seimila profughi, ma ogni giorno entravano e uscivano a centinaia. Si lavorava giorno e notte in condizioni indicibili. Fare il medico in una tenda, con quasi nulla a disposizione, eppure incontrare sguardi profondamene riconoscenti, è una cosa che non si cancella. Nessuno si è mai lamentato: mai un problema. Solo riconoscenza. Quando siamo partiti, per ordine dell’Onu, in quanto l’attacco aereo sembrava imminente, ho visto piangere decine e decine di persone: profughi e soccorritori. In quell’occasione ho visto l’Italia che vorrei vedere ogni giorno».

VITE SALVATE

1984, Cervellin è fresco di laurea e fa la guardia medica. Il primo caso in cui capisce cosa significa fare la differenza tra la vita e la morte. Viene chiamato a Marano per una giovane donna che lamenta un vago senso di peso al petto. Mentre lui entra in casa, lei va in arresto cardiaco, davanti al marito e a due bimbi piccoli. Sulle ambulanze, negli anni Ottanta, non ci sono i defibrillatori. Lui riesce a portarla viva in ospedale solo praticando il massaggio toracico esterno. «Alla fine ero fisicamente sfinito, anche se ero ancora un valido atleta, ma la soddisfazione di assistere alla ripresa di coscienza è stata di un’intensità non spiegabile. Oggi con quella signora e con tutta la sua famiglia siamo amici fraterni».

IL NUOVO PRONTO SOCCORSO

«Nel 2003 – ricorda Cervellin – il Pronto soccorso consisteva in poche stanze male attrezzate. Quando Parma ha ottenuto l’assegnazione della sede dell’Efsa, il direttore generale dell’Ospedale, Sergio Venturi, ha colto l’occasione per proporre di costruire il nuovo Pronto soccorso. Ha ottenuto finanziamenti ministeriali e regionali. Per me è stata una grandissima esperienza. E un’enorme soddisfazione inaugurare, nel 2010, il nuovo Pronto soccorso: allora, senza dubbio, il più avanzato in Italia e tra i più avanzati in Europa». «Venturi è stato il “mio” direttore generale, tra i sei con cui ho lavorato: perché con lui ho condiviso la progettazione e la realizzazione del nuovo Pronto soccorso e perché è stato quello che ha creduto in me, affidandomi la direzione del reparto».

«La mia fortuna, poi – continua – è stata poter contare su una grande squadra: medici, infermieri, Oss e tutte le altre categorie professionali coinvolte. Anche in situazioni molto difficili hanno dimostrato grande professionalità, umanità, abnegazione e, perché no?, anche capacità di sopportazione. Non dovrebbe essere richiesta, ma…». «Il gioco di squadra è fondamentale. Da soli non si fa nulla, e le persone fanno la differenza. Non credo nella sola forza dell’organizzazione. Senza personalità trainanti si avrebbe una macchina ben oliata ma stupida».

PROFESSIONE MEDICO

«Se consiglierei a un giovane di iscriversi a Medicina? Certamente, se ha passione e voglia di impegnarsi a fondo. Una cosa deve essere chiara: non sei mai arrivato, mai. Ancora oggi, sulla soglia della pensione, io dedico almeno mezz’ora al giorno allo studio (e le sue pubblicazioni censite da “Pubmed” sono 294, ndr)». «Il problema, in un futuro molto prossimo, è la carenza di medici – continua –. È del tutto evidente che la programmazione dei posti disponibili nelle Scuole di specializzazione è stata clamorosamente sbagliata, in diversi ambiti. La realtà ha viaggiato molto più velocemente delle pastoie burocratiche degli apparati. Basti pensare, per stare nel mio campo, che la disciplina concorsuale di Medicina d’urgenza è stata istituita nel 1992, mentre, a causa di ostruzionismi non del tutto limpidi, la relativa Scuola di specializzazione è stata istituita solo nel 2006, con partenza effettiva dei corsi nel 2009, e con un numero di posti semplicemente ridicolo rispetto alle esigenze degli ospedali del Paese. Una bella schizofrenia istituzionale, non c’è che dire». «Personalmente, mi piace ricordare che Loris Borghi, primo direttore della Scuola a Parma, mi coinvolse a fondo nella fase di costituzione della stessa. Un’altra grande esperienza da ricordare».

UN ATEO MISTICO

E adesso? Adesso si apre una nuova vita. Con un po’ di tempo in più per dedicarsi ai suoi bonsai e alla fotografia. Alla musica, altra passione di una vita. «I tre brani a cui sono più affezionato? Ahia, quanti torti sto per fare! Così, a caldo, cito un brano per genere: “Isoldes Liebestod (La morte di Isotta)” dal Tristan und Isolde di Wagner; “A love supreme” di John Coltrane; “Stairway to heaven” dei Led Zeppelin. Tutti brani con qualcosa di mistico? Sì, vero. Del resto, mi sono sempre definito un ateo mistico».

 

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