VITTORIO TESTA
Un’ora dai Lusardi nell’incanto della Corte delle Piacentine di «Novecento», in un limpido pomeriggio padano che andava allestendo uno dei suoi tanti tramonti memorabili, alla ricerca dello spirito, degli umori, delle emozioni lungo la gestazione del film di Bernardo Bertolucci dedicato al mondo contadino, la Lega dei socialisti e comunisti, il padronato terriero, il fascismo agrario.
Quarantaquattro anni dopo eccoci davanti a Demesio Lusardi, classe 1927, un bonario gigante dall’occhio azzurro, faccia che sembra uscita da un western, da sceriffo bello e implacabile. Fu il primo Lusardi in cui si imbatté il regista: e fu subito Novecento. «Ero sul portone d’ingresso, arriva una macchinona, ne scende un giovane sorridente, guarda tutt’attorno, chiede di vedere l’aia, il cortile. Si gira e dice a un signore tutt’orecchi che annuiva spesso: “Ci siamo, ecco il posto che cercavo. E voglio anche lui”. Lui chi? Bertolucci mi indica: tu. E cosa dovrò fare? Sono un regista, avrai una parte nel mio film”».
«E subito cominciò a fare il divo», sorride scherzando la cognata, signora Anna Giuffredi Lusardi, figlia della «risdora» che comandava la famiglia di undici componenti, la «siura Emma» per di più per ventotto anni collaboratrice nel ristorante di Cantarelli.
Tipica donna della Bassa, la signora Anna: gentile, di quella gentilezza che ti convince sia meglio a far quel che ti dice. E’ lei che appronta l’accampamento della troupe di Novecento: «Camion su camion a scaricare macchinari, bobine, di tutto. Il padre di mio marito e uno zio che si lamentano del viavai di cento, duecento persone. Li mandiamo in vacanza in montagna, ma al rientro si placano, non solo: seduti comodamente osservano lo spettacolo di quella moltitudine».
Non solo: il vecchio Lusardi diventa attore, è il contadino che alla fine quando il padrone viene processato, grida tutta la sua rabbiosa sofferenza. In lingua madre, nel dialetto della Bassa bussetana accusa l’agrario mostrando la mano monca: «A medar al to furment am sum tajè du did. E adesa chimiadà? Nel mietere il tuo frumento mi son tagliato due dita, chi me le ridarà mai?».
Tredici mesi di lavoro da mattina a sera: «Bertolucci sempre a casa nostra, così come tutti gli attori, ci si dava del tu, chiedevano caffè e panini, mai madre gli aveva affittato tre stanze». Erano affittuari a quel tempo i Lusardi arrivati nella bassa dalle colline piacentine di Agazzano. Nel 1976 dopo il ciclone Novecento, l’acquisto della grande azienda».
Dicevano che avevamo fatto i milioni con Novecento», puntualizza con serena ‘verve’ la signora Anna. «Ma i soldi li prendeva il padrone, un signore di Parma. Noi venivamo pagati per l’uso delle stanze e della stalla che avevamo in affitto. Le Piacentine sono frutto del nostro lavoro di tutta una vita».
Gente tutta lavoro e sacrifici e risparmi.
Riservati, ma come tutti i bassaioli rispettosamente curiosi e spesso custodi di un estro canterino o affabulatorio, l’ancestrale teatro povero delle sere d’inverno, recitato nelle stalle tepide dell’alito quasi sciroccoso delle mucche e dei vitelli. Le ore di solitudine nei campi fanno del contadino un silente filosofo in dialogo con se stesso; o un canterino di arie e canzoni; o uno spiritoso umorista capace di conquistare chiunque. E’ il caso di Demesio: contadino, la mungitura notturna, i campi da coltivare fino a tarda sera. Ma la domenica due riti irrinunciabili: la messa e due film. Due? «Sì, pomeriggio a Roccabianca, sera a Soragna» dice Demesio. «In bicicletta o qualche volta con la moto Guzzi combattuta da noi cinque fratelli».
E che film?» Tutti, tutti. Mi bastava sedermi comodo e guardare quel mondo che mi raccontava amori, sparatorie, bontà e cattiverie». Demesio, animo di poeta, attore nato: per sentenza di tal signor Bernardo Bertolucci. Fu quando i fascisti l’ammazzarono. «La scena è quella delle rivoltellate ai contadini. Per simulare la pioggia ci spruzzavano cascate d’acqua: gira e rigira e rigira ancora, stop e ricomincia, a terra s’era formata una pozzangherona. Colpiti a bruciapelo si doveva cadere a terra, ovviamente. Io vacillo di lato calcolando di cadere adagio nella parte meno fangosa. Bertolucci ferma le riprese ed esclama: guardate cos’ha fatto Censo Dalcò. E’ così che muore uno al quale hanno sparato, non stramazzando in un secondo».
Censo Dalcò, il personaggio di Demesio che nel ballo al suono delle ocarine, in una pausa invita a far sparire l’acqua e bere tanto vino da ubriacare anche l’usignolo. Battuta captata, battuta messa nel film. La sera, Bertolucci e attori se ne andavano a cena, la Buca, l’Ongina e soprattutto Cantarelli, dove aiutante ai fornelli della suprema Mirella c’era l’Emma Giuffredi, la madre di Anna. Un motivo in più per stringere ulteriormente un rapporto confidenziale con questa famiglia diffondente buonumore. Come la Sandrelli e Soldati a sorvegliare il risotto e servirsene prima per preferenza di scarsa cottura, come De Niro e Keitel e Depardieu di quando in quando in visita a distanza di anni e anni. Lasciamo le Piacentine, bellissime nella luce carica degli splendori già bruniti dall’autunno, confortati dalla gentilezza dei Lusardi, Demesio e Anna e i di lei figli Andrea e Alessandro. Troppo vicino è Samboseto per rinunciare a vedere la scritta Cantarelli, troppo vicine le Roncole per non cogliere in un solo sguardo la casa natale di Verdi e il Caffè con attiguo museo di Giovannino Guareschi. Basta un’oretta di Bassa per capire fino in fondo il senso di una rinuncia comunicata all’allora sindaco di Busseto Giovanna Gambazza: «Consegnatagli la lettera con il conferimento di cittadino bussetano emerito» racconta «lo invitai a Busseto come ospite d’onore alla rassegna dedicata ai suoi capolavori. Bertolucci sorrise e mi disse: la ringrazio ma vorrei mantenere intatto nel cuore e nella memoria l’incanto di quei giorni magici di Novecento, delle Piacentine e della Bassa verdiana».
L’autentica poesia di un atto d’amore.
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