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Di Benedetto, trombone è un complimento

Di Benedetto, trombone è un complimento

10 Novembre 2014, 13:26

Francesco Monaco

Ma cosa avrà mai fatto di male il povero trombone per finire proverbialmente relegato nel dizionario dei sinonimi alla voce «borioso», «vanaglorioso» o «fanfarone» (che guarda caso deriva da «fanfara»)?. D'accordo, non avrà la nobiltà squillante della tromba, nè il calore o la potenza del saxofono, ma appartiene pur sempre alla famiglia degli ottoni e figura nell'organico delle orchestre già dal XVI secolo. «Forse questa 'cattiva fama' deriva dal fatto che in passato ci si avvicinava alla musica tramite la banda del paese, e i meno dotati finivano inevitabilmente in 'bassa banda' a fare accompagnamento suonando il basso tuba e appunto il trombone». Prova a spiegarlo così Beppe Di Benedetto, trombonista jazz parmigiano «in missione» per conto di uno strumento per troppo tempo (si parla di secoli) confinato a ruoli marginali, ma che negli ultimi anni sta finalmente conoscendo una doverosa renaissance, grazie ad artisti come Fred Wesley (giusto ieri sera in concerto a Busseto), all'aitante Trombone Shorty, giovane prodigio di New Orleans, e in Italia - oltre al più celebre Gianluca Petrella - anche allo stesso Di Benedetto e al suo 5tet, il cui album del 2011 «See the sky» è stato addirittura inserito tra i 30 migliori dell'anno da un autorevole critico americano.

«E' in atto una grande evoluzione dello strumento - spiega Di Benedetto - sia nella tecnica che nella didattica. Il trombone offre possibilità quasi infinite e la sua bellezza sta nell'espressività, dato che si presta molto ai cambi di colore. Può essere morbido e vellutato, ma può anche evocare atmosfere infernali, come nell'Orfeo di Monteverdi. Più lo conosci, più ti rendi conto di poter toccare vette che si credevano inarrivabili»

E dopo aver «visto il cielo», Di Benedetto offre ora un altro punto di vista: s'intitola infatti «Another point of view» il nuovo lavoro del suo 5tet (composto da musicisti del calibro di Luca Savazzi al pianoforte, Emiliano Vernizzi ai saxofoni, Stefano Carrara al basso e Michele Morari alla batteria), che verrà presentato in anteprima dal vivo il 19 novembre alla Casa della Musica nell'ambito del festival ParmaJazz Frontiere, con il cd che uscirà qualche settimana dopo.

«Rispetto a 'See the sky' c'è un maggior lavoro di ricerca, c'è la polifonia classica ma ci sono anche momenti di rottura rispetto alla regolarità del cosiddetto mainstream. Come suggerisce il titolo, proponiamo un altro punto di vista». Usa il plurale Di Benedetto, perchè pur essendo lui il bandleader ci tiene a ricordare «il grande contributo creativo degli altri musicisti coinvolti». Oltre a ringraziare tutti coloro che hanno contribuito alla realizzazione dell'album grazie alla piattaforma di crowdfunding Musicraiser. «Una scelta quasi obbligata - ammette - stante la crisi in cui versa il settore discografico, ma anche un bellissimo modo di confrontarsi direttamente con il pubblico che ti segue».

Di scelte, peraltro, è lastricata la carriera di Beppe, fin da quando optò per il trombone (lasciando il più frequentato sax con il quale aveva iniziato) per ottenere l'ammissione al Conservatorio di Parma. «Me lo suggerì Valerio Venturini, che era trombonista, in quanto avrei avuto più possibilità. Aveva ragione, e mi innamorai subito di quel suono».

Cresciuto con insegnanti quali Roberto Contini, Ercole Fanfoni, Marco Tamburini e lo stesso Savazzi, Di Benedetto ha suonato in orchestra per diversi anni («Ho fatto anche un'Aida a Luxor nel '97»), per poi capire che la parte gli stava stretta. «Sentivo di non potermi esprimere. E anche qui furono determinanti i consigli: del mio docente di allora Antonio Martelli, e di mio padre, che m'iscrisse all'audizione per un posto nella resident band del programma tv Jamming». Demo Morselli lo ascolta e lo sceglie, e da lì nascono un'opportunità dietro l'altra. Suona con Fabrizio Bosso, con la Jazz Orchestra di Carlo Gelmini, per due anni va in tour con Jovanotti e poi con la big band di Mario Biondi, dov'è anche arrangiatore.

«Ma è comunque difficile per un trombonista vivere facendo il turnista - spiega Di Benedetto - visto che molti artisti per avere una sezione fiati si accontentano di tromba e saxofono».

E arriva la scelta finale: il jazz da capofila del suo strumento: «Una decisione dettata anche dal cuore. Avevo l'esigenza di scrivere e di suonare in modo originale, di fare ricerca e di personalizzare il mio sound: e solo il jazz ti offre quest'opportunità».

Di Benedetto, presenza fissa ai martedì dell'Arci Zerbini, è anche uno dei principali animatori della scena live parmigiana e crede tantissimo nella sua crescita collettiva: «Grazie a questo circolo, ma anche a locali come lo Shakespeare, il Gran Caffè dei Marchesi, il bar Cristallo e altri, si sta finalmente muovendo qualcosa anche a Parma. Si impegnano i locali, che credono in queste proposte, si impegnano i musicisti, che stanno creando un bel movimento fatto di confronto e di scambio, e di conseguenza cresce il pubblico che sempre più dimostra di apprezzare questo ritorno alla musica acustica, tipica da jazz club».

E dove c'è un concerto o una jam session, Di Benedetto non manca mai: qualche volta tra gli spettatori, più spesso sul palco a tirare la coulisse e a soffiare nel suo trombone: «Sì perchè sono un tipo molto curioso. Mi piace suonare, ma mi interessa anche vedere che cosa succede in giro». L'esatto contrario di un 'vecchio trombone'.

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