Auditorium gremito l’altra sera per un appuntamento particolare di «Nuove Atmosfere» come quello che proponeva i «Carmina burana» di Carl Orff, un’opera che ha resistito tanto alle censure manichee dell’avanguardia dominante in quegli anni quanto all’erosione di un consumismo invadente per affermare, proprio nell’artificioso semplicismo che la nutre, una propria fisionomia.
Certo, la formula di quel suo arcaismo tanto equivoco quanto di facile presa nasconde sempre meno i suoi limiti, nella stessa prolissità che il vitalismo ritmico non riesce ad attenuare; e tuttavia ogni ascolto consente di individuare la posizione di quest’opera, come più ampiamente quella del suo autore, entro una prospettiva novecentesca e comprendere il senso di una coralità che non ha nulla da spartire, come invece è stato spesso suggerito, con quella petrosa, ben diversamente radicata dello Stravinskij di «Noces» o della «Sinfonia di salmi»; una coralità quella di Orff che procede per blocchi, il contrappunto ridotto al minimo, che fungono da tasselli dell’ampio mosaico che racconta la forza nativa, irresistibile dell’amore attraverso il recupero di antichi testi goliardici dai quali il musicista bavarese spreme lo stimolo per la loro reincarnazione musicale: nel modo apparentemente più semplice qual’è quello del ritmo e dell’iterazione nonché con il ricorso ad una strumentazione particolarmente ricca di percussioni.
Allestire la regia sonora dei «Carmina burana» per rendere attiva quella intrinseca teatralità che pervade la monumentale partitura è impresa non comune per la ricchezza degli «ingredienti» che oltre ad un organico orchestrale assai dilatato comporta tre solisti, un coro altrettanto ampio e una compagine di voci bianche. Ricetta che ha funzionato benissimo con uno «chef» autorevole e di provata esperienza quale John Axelrod che con un segno fisicamente evidente, quasi mimando le varie situazioni evocate dai testi, ha assicurato che ogni tassello si inserisse al suo posto, senza sbavature né sovrapposizioni, trovando una efficace rispondenza da parte degli strumentisti della Filarmonica, del Coro del Teatro Municipale di Piacenza diretto da Corrado Casati, da quello di voci bianche «Ars canto» di Parma diretto da Gabriella Corsaro e dai tre solisti che hanno animato incisivamente il racconto, il soprano Giuliana Gianfaldoni, il tenore Mark Milhofer, il baritono Mario Cassi. Interminabile l’applauso del pubblico alla fine così da ottenere la replica della sequenza finale, con quell’ossessiva pulsazione ritmica che ognuno ha continuato a rinnovare dentro di sé mentre si recava al guardaroba. g.p.m.
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