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Giuseppe, l'ultimo «lustrón»

Giuseppe, l'ultimo «lustrón»

31 Luglio 2016, 13:01

Lorenzo Sartorio

Il portone del suo laboratorio è tutto un programma. Rugoso come il viso e le mani di un vecchio contadino, ma lucido e ben tenuto. Non c’è nessuna targa fuori ma pare evidente che, lì dentro, in quel fazzolettino di bottega, ci abbia lavorato o ci lavori uno che con il legno ci sa fare. Anzi, uno che, al legno, da del tu.

Infatti in borgo Guazzo, al civico 31, c’è il nido di uno degli ultimi «lustrón äd Pärma», Giuseppe Levacher, solitaria sentinella di questo antico mestiere con il collega Ovidio Bertolazzi con bottega in vicolo Santa Maria, «de dla da l’acua» (l’antico «Cul di sacco»).

Giuseppe, che è andato in pensione da qualche anno, nel suo laboratorio ci va per «paciugär» un po’, per ammazzare il tempo, per non perdere il contatto con quegli odori, quei colori, quelle emozioni e quelle sensazioni che ha provato tutta la vita.

Un personaggio vero, Levacher, nato e vissuto in quel dedalo di borghi che ruotano attorno a strada Garibaldi e a strada Saffi. Classe 1941, nato in borgo Gazzola, il padre Nino faceva il facchino dove capitava ma, soprattutto, in Ghiaia quando, in inverno, i robusti ciclopi parmigiani che scaricavano casse di verdura, scaldavano ossa e gola con qualche cicchetto di «Mestura äd Cargnàn» che mesceva loro il solerte droghiere Barbazza nella sua drogheria di borgo Copelli.

La mamma di Giuseppe, Maria, «rezdora», per arrotondare le magre entrare familiari faceva le campagne del pomodoro, delle cipolle e del riso indossando l’eroica uniforme di «mondina».

Un cognome insolito, Levacher. Gli avi di Giuseppe, originari di Lione, giunsero a Parma alla corte di Maria Luigia. Giuseppe, a 12 anni, inizia a fare il garzone dal mastro «lustrón» «Gaitàn» Ghiretti, in strada Saffi, proprio accanto alla bottega del mitico bottaio Mescoli. Lì Levacher, insieme al collega Melezio (fedele compagno di nuotate nella Parma dove i due ragazzi andavano a «grottare»), impara l’arte antica del lucidatore di mobili.

A 29 anni decide di mettersi in proprio ed apre una bottega tutta sua in borgo Guazzo ad un tiro di schioppo dalla chiesa della Trinità e dal «Piccolo Teatro». Non si sposta di molto, Levacher, anche perchè, dalla propria abitazione di borgo delle Colonne e poi di via Cavallotti, dove risiede attualmente, per arrivare al lavoro, ci vuole niente.

«Un mestiere scomparso - dice sconsolato Giuseppe - inghiottito dalla globalizzazione. Ormai, quando uno va a comprare un mobile, l’oggetto e già lucidato, pronto. Mentre una volta, dalla bottega del falegname, i mobili, passavano ai lucidatori».

A Parma, tempo addietro, di «lustrón» ce n’ erano parecchi. Levacher ne cita alcuni: Sala in borgo della Posta, Evangelisti in borgo Bicchieraj e poi Olivieri in borgo Riccio, un altro ancora in borgo Retto e la lista continuerebbe ancora per molto. Single, attaccatissimo alla sorella Maria con la quale vive, appassionatissimo di lirica tanto da essere stato tra la schiera di melomani capeggiata da «Gigèt Mistrali», icona del loggione del «Regio», provetto nuotatore, suonatore di «basso», buongustaio, Giuseppe ha un debole per gli anolini che definisce un «piatto sacro»: «Chi li ha inventati ’l meritriss un monumént», dice.

Nella sua bottega si respira profumo del tempo andato. Tanti attrezzi, un bancone acquistato dal «maringón» Bonvini di borgo del Naviglio per ben 10.000 lire, ammennicoli vari e poi i segreti del «lustrón», ossia gommalacca, pomice, stracci avvolti nella lana «pumàs» ed un altro ingrediente che non si compera da nessuna parte: «bzónt äd gòmmod».

Ricordi di questi anni trascorsi in questo autentico museo del tempo? Tanti. Giuseppe guarda con tenerezza la sua amica di sempre, la stufetta di ghisa «Armelinda» proveniente da un villa dello Stradone che Levacher stesso, tanti anni fa, era andato a prelevare. «Mi ha fatto compagnia in tanti inverni».

«Un anno il casonér Tarabacli mi portò delle castagne secche d’al Stradón che gettai nella stufa per fare fuoco. Ad un certo punto a paräva fuss scopjé la guéra a forza del loro scoppiettare». «Quando lavoravo da Gaitàn non posso dimenticare le gavette di pastasciutta e di trippa che ci portava il Gòrilo che chissà dove andava a prenderle». «J ò fat pu óri chi déntor - conclude Giuseppe - che n’arlój».

Adesso Giuseppe fa il pensionato, non rinunciando certo ai suoi giretti in bici in Cittadella ed, immancabilmente tutte le sere prima di cena, sullo Stradone dove si posiziona nell’ultima panchina proprio a ridosso dell’Orto Botanico per scambiare quattro chiacchiere con l’amico Adriano Catelli, per tanti anni «sceriffo» della Cittadella.

E poi il tifo per il Parma ed il suo Bologna. Ma il borgo è così cambiato ? «Gh’é mäl» ribatte Levacher. «Una volta c’erano tanti negozi: la latteria Rosati, Ivo al bogdär, Baroni al pcär äd cavàl, Centurio l’oste e un tappezziere. A gh’era ànca la sesjón Cavestro dal Pci. Gh’è restè ätor che la tärga ànca parchè j communissta jen sparì cme j lustrón».

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