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Il mito del «Tartaruga»

Il mito del «Tartaruga»

18 Agosto 2015, 13:05

Bianca Maria Sarti

Sbarbati, qualcuno con la cravatta, il pantalone a zampa e la camicia rigorosamente fuori dalla cintura: «Che per allora era già una trasgressione». Negli anni ‘70 e ‘80 i giovani di Traversetolo vivevano le serate al “Tartaruga” di San Polo d’Enza come un momento epico, una novità assoluta. La prima vera discoteca della zona. Non una semplice sala da ballo ma un locale innovativo, sia nell’architettura senza eguali, sia nella proposta musicale, che inseguiva la rivoluzione leggera e luccicante della dance. Era la discoteca dove, a pochi chilometri da casa, si potevano incontrare di persona le star dell’epoca: i Rockets, i Nomadi, Mia Martini, Renato Zero, Alberto Camerini, Zucchero, Ivan Cattaneo, Lucio Dalla. Solo qui capitava a fine concerto di sfidare a una partita di calcio i Nomadi nel campetto dietro il “Tarta” e trovarsi poi tutti insieme a mangiare gnocco fritto (trovandoci oltre l’Enza bisogna chiamarlo così). L’ingresso era vietato ai minori di 14 anni, ma qualcuno riusciva a iniziare a ballare anche prima di quella fatidica data. Convincere i genitori non era poi così difficile: le serate infatti non iniziavano a mezzanotte ma alle 21 ed entro mezzanotte, massimo l’una, erano tutti a casa. Il “Tarta” apriva il sabato e la domenica sera, ma frequentatissima era anche la domenica pomeriggio: i veri fan si davano appuntamento al bar la domenica, ballavano nel pomeriggio, interrompevano per una pizza nella “Grotta” e poi riguadagnavano la pista, magari cercando di sfruttare lo stesso biglietto. Non che costasse tanto: 5 mila lire era il prezzo medio, i tesserati avevano lo sconto e le donne entravano sempre gratis. Al mercoledì sera, invece, si ballava il liscio, ma non era musica per i ventenni, che preferivano i concerti e le feste a tema, meglio se in maschera. A Carnevale spopolavano i costumi ispirati ai telefilm come i Muppets o Star Trek oppure ai gruppi di grido come i Kiss o i Rockets. I compleanni del Tarta, poi, registravano sempre il tutto esaurito, con presentatori famosi come Mike Bongiorno, Pippo Baudo e Gigi e Andrea. Il pienone fino alla chiusura della cassa è stato la regola, fino all’apice negli anni ‘80. A San Polo arrivavano ragazzi da Parma, da Reggio, da Modena e qualche volta addirittura pullman da La Spezia o Milano. Non era raro che le rivalità tra bande, il campanilismo tra parmigiani e reggiani, o la competizione per una ragazza sfociassero in qualche scazzottata alla “Grease”, che il più delle volte finiva con una bevuta. «È stata un’epoca magnifica – ricorda Paolo Ferrari di Traversetolo – era una novità enorme per l’epoca. Il bello è che la serata iniziava alle 21 e poi tutti a casa presto. L’unica volta che tornammo tardi (all’una) fu quando l’Enza in piena bloccò la via del ritorno». Al Tarta si arrivava come si poteva: in motorino, coi genitori, in macchina e i più temerari in treno o in autostop; d’estate bastava anche un paio di pattini, soprattutto durante l’Austerity. Claudio Bergamaschi aveva 16 anni negli anni ‘80: «Andavamo in scooter o accompagnati dai più grandi - dice -. Si entrava per la musica e le ragazze, anche se a quell’età si guardavano soltanto». Tanti amori sono nati al Tartaruga, dal coraggio di chi si proponeva per un lento o si appartava per un bacio nel separé. La musica scandiva i tempi della serata, lo ricorda bene Maria Lina Giuffredi di Vignale che tra il ‘77 e il ‘78 era una deejay del Tarta: «Si iniziava con la musica d’ascolto, cantautoriale, poi i balli veloci e alla fine sempre i lenti. Avevo fatto il corso all’Astrolabio con Roby Bonardi e viaggiavo con la motoretta Benelli carica di dischi». Un anno dopo nel 1979 Morena Ferrari, di Sivizzano, aveva vinto un weekend a Londra con un gioco al Tartaruga. «Che emozione, non so come ho convito i miei genitori a lasciarmi andare a Londra a 17 anni. Lo sballo era diverso all’epoca, si pensava soprattutto alla musica e ai primi amori. Circolavano, certo, spinelli, acidi e Lsd e qualcuno beveva qualcosa di troppo, ma li chiamavamo “sguastoni”. Erano esperienze marginali che la maggior parte delle persone teneva a distanza».

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