Margherita Portelli
La mortalità delle attività commerciali non accenna a diminuire. Lo vediamo: serrande abbassate dalla sera alla mattina, cartelli «vendesi» o «affittasi» che si moltiplicano sulle vetrine senza tregua, negozianti che – sempre di più – lamentano di non farcela. Le vediamo e le leggiamo, queste difficoltà, perché quella scattata dal Rapporto sull’economia di Parma nel 2014 (presentato pochi giorni fa alla Camera di Commercio ed elaborato dall’ufficio studi camerale) è una fotografia chiara che non lascia spazio ad interpretazioni. Se paragoniamo i dati del 2014 relativi a iscrizioni e cessazioni d’impresa nel settore del commercio a quelli dei 3 anni precedenti, il responso è amaro: mai così male.
Per tradurre lenzuolate di numeri in tendenze, e inquadrare così lo stato di salute del commercio a Parma e provincia, basta una calcolatrice e un po’ di pazienza. Nel 2014 le imprese commerciali attive sul territorio erano 9.165 (nel 2013: 9.339; nel 2012: 9.283; nel 2011: 9.310). Il dato relativo alle iscrizioni di nuove imprese era stato più basso solo nel 2011: se nel 2014 abbiamo potuto contare su 429 attività commerciali aperte, nel 2013 erano state 520 e nel 2012 435.
Le cifre che, tuttavia, preoccupano di più, sono quelle relative alle cessazioni d’impresa: negli ultimi 2 anni (2014 e 2013) è andata molto peggio che nel biennio precedente, con un numero che si è ripetuto uguale e impietoso nel ‘13 e nel ‘14: 727 attività hanno chiuso. Nel 2012 a «morire» erano state 670 imprese e nel 2011 642. Se si opera un rapido calcolo, sommando i più e i meno, si legge che il saldo non è mai stato così negativo: - 298. Il dato delle cessazioni d’impresa contempla anche le cessazioni d’ufficio, ovvero la chiusura di attività che sono ferme da tempo ma per le quali, in base alla normativa prevista, non si era ancora arrivati alla chiusura ufficiale. Se si opera il calcolo tenendo conto delle sole cessazioni non d’ufficio, però, la situazione non è molto più rosea: il saldo del confronto fra iscrizioni e cessazioni è di molto peggiorato rispetto a quello del 2013 (- 235 imprese nel 2014, a fronte di un -152 nell’anno precedente).
Se si considera il solo commercio al dettaglio il passo indietro rispetto al saldo del 2013 non cambia: -227 imprese nel 2014 (che diventano -187 se si considerano le sole cessazioni non d’ufficio) e -162 imprese nel 2013 (che diventano -142 se si considerano le sole cessazioni non d’ufficio). Comunque si leggano questi numeri, l’interpretazione non cambia.
Prendiamo in esame alcune categorie specifiche di commercio, ad esempio l’abbigliamento e l’alimentare. Per quanto riguarda la prima, sono 23 le iscrizioni e 61 le cessazioni (di cui 60 non d’ufficio). Nel 2013 erano state di più le iscrizioni (28) e meno le cessazioni (60, di cui 56 non d’ufficio).
L’alimentare non soffre di meno: nel 2014 sono state 31 le iscrizioni e 54 le cessazioni (di cui 50 non d’ufficio), mentre nel 2013 erano state 37 le iscrizioni e 43 le cessazioni.
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