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Musulmani di Parma: la svolta

Musulmani di Parma: la svolta

20 Novembre 2015, 07:49

Netta condanna per Parigi e dialogo più forte: oggi moschea aperta alla città

Silvio Tiseno

Dopo i fatti che hanno scosso Parigi sono tanti i musulmani che hanno espresso la propria opinione, soprattutto rappresentanti di comunità religiose e associazioni.

La voce della piazza però si è sentita poco, in particolare quella dei giovani, e tra i giovani, interpellati per una dichiarazione sono in tanti quelli che hanno preferito non parlare. Le motivazioni vanno dal classico «non so nulla» all’inquietante «ho paura, la mia famiglia è in Tunisia e non posso metterli in pericolo».

Tra chi, invece, ha scelto di parlare c’è il 24enne Isaac Addam. Originario del Ciad, Isaac è arrivato in Italia su un barcone e, durante il transito in Libia, ha visto suo fratello morire per mano dei fondamentalisti dell’Isis. «Abbiamo paura dell’Isis, è questo il motivo che spinge tanti ragazzi a non parlarne pubblicamente – spiega Isaac -. I cittadini europei dovrebbero porsi una domanda: da quali paesi arrivano le armi usate dai terroristi?».

All’esterno della moschea di via Cufra, al termine della funzione delle 17, c’è il 18enne Seyf Eddin Ayouni. Per lui «la violenza non dovrebbe esistere, molti italiani che conoscono poco la cultura musulmana tendono a confondere l’Islam con l’Isis e questo è sbagliato. Le prime vittime di questo fanatismo siamo proprio noi musulmani».

Mentre per il trentenne tunisino Zined Jibal «quando qualcuno ammazza della gente non c’è distinzione di nazionalità o fede, tra i morti di Parigi ci sono anche dei miei connazionali».

Abdoul Rahouf Seone, 24enne originario del Burkina Faso, spiega invece che «gli attentati sono un insulto verso l’intelligenza umana, cosa credono di ottenere i terroristi uccidendo persone inermi? Personalmente credo che le cellule dell’Isis siano presenti un po’ ovunque da anni, in Italia come in Francia e nel resto d’Europa, e per fermare il terrorismo bisogna rendere impossibili le comunicazioni tra Daesh e cellule dormienti e monitorare il commercio internazionale di armi».

Mentre Riadh Hamdi è tornato da due giorni in Italia, dopo un periodo passato a casa, in Tunisia. «Anche noi in Tunisia viviamo con la costante paura degli attentati – racconta Riadh -. Nel mio quartiere da secoli convivono diverse fedi religiose in armonia, siamo tutti fratelli».

Tra i giovani musulmani di Parma che hanno scelto di parlare c’è anche Bannour Abid, 29enne tunisino: «non sono neanche musulmane le persone che hanno fatto gli attentati a Parigi, sul Corano non c’è scritto di sparare a persone inermi».

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