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Nereo tra le braccia degli «zii» del Maggiore

24 Dicembre 2015, 06:31

E' la storia che ha gli ingredienti e i tempi giusti per scomodare tutto ciò che celebriamo giusto oggi: l'arrivo di Gesù Bambino, l'annuncio dell'Angelo, i doni sotto l'albero. E le fotografie l'hanno catturata bene: c'è il bimbo, c'è la gioia, c'è la famiglia allargata, c'è la sorpresa.

In realtà il presepe di Nereo si è composto fuori stagione e ben prima della mattina di maggio in cui è nato. Per mesi è cresciuto nella pancia della sua mamma, finita in coma al terzo mese e mezzo di gravidanza, e ad accoglierlo in ogni giorno della sua lotta tenace ha trovato una processione di voci, di professionalità e di affetto.

I pastori artefici della doppia salvezza di mamma e bimbo sono medici, infermiere, ostetriche, ausiliari, personale di sala operatoria del Maggiore, che per cinque mesi hanno unito idealmente reparti e competenze, incastrato turni straordinari e reperibilità specifica per essere sempre pronti a tutto. Nella buona e nella cattiva sorte, se vogliamo usare una formula rituale.

Era il 29 dicembre 2014 e c'erano ancora gli addobbi natalizi nei reparti quando Vanessa, 41 anni, madre di una bimba - Aurora - di un anno e mezzo, è arrivata al Maggiore. Il verdetto: emorragia cerebrale gravissima, il coma, e il ricovero d'urgenza all'Unità Operativa di Prima Anestesia e Rianimazione diretto da Maria Luisa Caspani.

Una paziente diversa dalle altre perchè da sedici settimane – quelle settimane unità di misura delle future mamme – Vanessa non era sola in quel corpo che un po' l'ha tradita: aveva in grembo il suo secondo figlio. Non aveva fatto in tempo a scoprirne il sesso, ma lei e il marito Gianluca avevano già scelto i due nomi possibili. E appena svelato il mistero, Nereo è stato subito lui: con quel nome che porta l'eredità d'affetto del nonno e che – a ripensarci oggi – sfuma il nero della notte più buia verso il giorno, e la speranza.

Come poi davvero è stato. «Ma in quel momento, in realtà, anche per noi era solo paura e preoccupazione – confida Caspani -. Dovevamo salvare la mamma, somministrarle i farmaci necessari ma senza conseguenze per il feto, e salvare anche il bimbo, permettendogli di nutrirsi e di crescere». Una vita da ritrovare, e un'altra da far sbocciare. «E' stata questa la cosa eccezionale e di cui va onore al merito al reparto di Rianimazione – interviene Tiziana Frusca, direttore dell'Unità operativa complessa di Ginecologia e Ostetricia - Quando c'è una emorragia cerebrale l'utero non viene colpito, e ci sono state donne in coma che sono riuscite a portare a termine la gravidanza. Ma ci sono moltissime complicazioni possibili in questo percorso. E in questo caso c'era una difficoltà in più: la gravidanza era ancora nella prima fase». Piccolo, tanto piccolo Nereo. E tanto lunga la strada da fare. Ecco perché è indimenticabile quel giorno di aprile, quando la scienza e la statistica hanno dato finalmente ragione al cuore di medici e infermiere e stabilito che per il bimbo – ecografia dopo ecografia, monitoraggio dopo monitoraggio - era stata superata la soglia della sopravvivenza. A quel punto la squadra si è compattata ancor più di prima, si sono organizzati turni faticosi e reperibilità straordinarie per far sì che tutto fosse sempre pronto per un parto d'urgenza o prematuro. «Si è creata nei reparti una magica atmosfera d'attesa, seppur mista a tristezza ed apprensione per l'incognita del finale». Nel frattempo il recupero neurologico di Vanessa, seppur lentissimo, si è avviato. «Le abbiamo sempre parlato molto, come facciamo con tutti i pazienti – racconta Caspani -, e nella sua camera il marito e i familiari hanno messo ricordi, foto e anche le ecografie che mostravano la crescita del suo bimbo. La fisioterapista le faceva toccare la pancia perché sapesse che tutto andava bene. E abbiamo avuto la sensazione, difficile da spiegare e dimostrare, che questo l'abbia aiutata nel suo percorso». Così come l'emozione del parto e il ritrovarsi cinque giorni dopo tra le braccia il suo bimbo, desideratissimo.

Erano le 8.30 del 21 maggio scorso, in piena trentatreesima settimana, quando Nereo è nato, con parto cesareo programmato nella sala operatoria dell'Unità di Ostetricia e ginecologia. Un parto forse mai così affollato, al Maggiore. C'erano anche i neonatologi dell'Unità diretta da Cinzia Magnani. «E noi “zii” ci siamo mossi in pullman un'ora prima» scherza Caspani. I primi a prendere tra le braccia quei quasi due chili di coraggio e tenacia sono stati la professoressa Frusca e il dottor Lunardi, eletto padre putativo in Rianimazione. E proprio in Rianimazione, pochi minuti dopo qualcuno ha appeso un enorme fiocco azzurro.

Per tre settimane Nereo è rimasto in Neonatologia, e la sua mamma accolta fino alla dimissione del bambino in Medicina Riabilitativa, ed è lì che c'è stato quel primo abbraccio che ha commosso tutti. Sono passati sette mesi da allora. E in questi giorni è arrivata la sorpresa più bella. «Il nostro dono di Natale», racconta, commossa, Caspani. Anzi due: perché non trovando tutti gli “zii” al lavoro, papà Gianluca (“un uomo eccezionale”), è tornato due volte al Maggiore con il bimbo per fare gli auguri. “Lo so che eravamo in trenta attorno a lui, ed è passato da uno all'altro contento, senza versare una lacrima. Anche questo è difficile da dire, ma la sensazione è che abbia riconosciuto le voci di chi tutti i giorni parlava a lui e alla sua mamma».

E così la storia arriva all'oggi, alle foto in cui Nereo sorride, conteso dalle braccia dei medici e delle infermiere, l'albero di Natale alle spalle. Al tavolo dove il racconto si è dipanato a più voci si tira il sospiro delle emozioni. La porta si apre, è il direttore sanitario Antonio Balestrino. «State parlando di Nereo e della sua mamma? Uno di quei casi in cui il cuore collabora con la tecnica e la supera, anche. Un bel racconto di Natale». Eccolo, il finale. In attesa di poterlo riscrivere anche insieme a Vanessa.

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