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«Jella in Tunisia»

«Jella in Tunisia»

30 Marzo 2019, 03:00

Chiara Pozzati

Sono passati poco meno di quattro mesi. Quattro mesi dalla mattanza di via Bersaglieri. Quattro mesi in cui l’abbiamo chiamato il “fantasma”, il “randagio”. Perché si è semplicemente “smaterializzato”, dopo aver massacrato di botte Alessia Della Pia, la compagna 39enne, nella casa in cui convivevano nel quartiere Cinghio.

«Ma Mohamed Jella è a Tunisi. Due amici arabi che abitano là l’hanno visto in pieno centro, non lontano dalla zona dov’è cresciuto. Quando gli hanno chiesto che ci faceva in Tunisia ha liquidato la faccenda rispondendo che in Italia era stato espulso». L’hanno visto «in forma, pronto a ridere e scherzare», mentre a Parma è accusato di aver spezzato la vita di una giovane donna che si è sempre presa cura di lui. Chi parla si fa chiamare Lara, un nome inventato per garantire l’anonimato assoluto, ha 29 anni, frequenta da anni un giovane tunisino: «vado spesso ecco perché ho molti contatti là».

Lara è stata l’unica (e ultima) a sentire Jella nella maledetta domenica sei dicembre. Poco dopo il feroce omicidio, la 29enne aveva chiamato la Della Pia: «Ero stata contattata da un’amica comune: “E’ successo qualcosa ad Alessia” mi aveva detto. Ancora non si sapeva nulla così, senza pensarci due volte, l’ho chiamata sul cellulare. Mi ha risposto Jella e in due minuti mi ha raccontato un sacco di bugie». Parla tutto d’un fiato, prigioniera di un dolore difficile da anestetizzare: «Gli ho chiesto dov’era Alessia, mi ha detto che si era sentita male ed era andata all’ospedale, che l’aveva seguita ma era stato cacciato. Mi ha addirittura raccontato che gli avevano sequestrato tutto: telefonino, portafogli e documenti prima di allontanarlo». Mentre il corpo esile, spezzato di Alessia è rimasto nell’appartamento del Cinghio Sud, in un lago di sangue, lui rispondeva al telefono. «Sosteneva di essere in autobus diretto verso il centro. So che è andato in pensilina in viale Toschi: abbiamo amici comuni che bazzicano da quelle parti e che l’hanno visto. Ha fatto in tempo a scherzare, a ridere, prima di andarsi a nascondere chissà dove. Credo sia rimasto in Italia una settimana, non di più, ma non ne sono certa». Lara, gli occhi annebbiati di lacrime e il vuoto dentro, fa un passo indietro: «Alessia era una persona meravigliosa. Abbiamo conosciuto Jella una decina d’anni fa: frequentavamo la compagnia di piazza della Pace. Mohamed a quel tempo spacciava per gente più grande. Lo usavano come corriere proprio perché era minorenne. Alessia si è innamorata subito e ha sempre cercato di proteggerlo. Quando finiva dentro gli portava i vestiti, quando era ai domiciliari gli offriva la propria casa, quando la picchiava si limitava a subire. Diverse volte le ho detto di lasciarlo, ma lei non ha mai voluto saperne. Lui non la rispettava, non valeva nulla come uomo e neppure come compagno». La “confessione” choc di Lara si chiude con un appello: «Non dobbiamo arrenderci, non dobbiamo permettergli di farla franca. Alessia era una persona splendida e la sua morte non deve rimanere impunita. Ecco perché ho voluto raccontarvi la verità ed ecco perché prima ancora ho informato i carabinieri». Una due ore di colloquio con gli uomini dell’Investigativo, che non hanno certo gettato la spugna e che in questi mesi, coordinati dal pm Andrea Bianchi, hanno fatto e continuano a fare di tutto per catturare il latitante. A discapito di quello che emerge c’è un lavoro silenzioso della Procura e degli investigatori che continua nonostante le difficoltà. Sono stati mesi segnati da intercettazioni, soffiate, segnalazioni, piccoli spacciatori torchiati a dovere, blitz nei casolari abbandonati, luminol e Ris al lavoro nell’appartamento dell’orrore, dissequestrato pochi giorni fa. Ma nonostante l’impegno e le informazioni raccolte, la domanda sorge spontanea: dove si è inceppato il meccanismo? Perché Jella è ancora in fuga? Nonostante l’impegno degli inquirenti – da cui non trapela nulla – solo le autorità tunisine possono procedere nel loro territorio.

L’unico dato ufficiale – e sostanziale – è che per Jella è stato spiccato il mandato di arresto europeo e internazionale – su richiesta della nostra Procura – e che il filo diretto con l’Interpol c’è da mesi.

Ma è la polizia tunisina l’unica a poter intervenire sul posto, e pare – ma non ci sono conferme – che abbiano rifiutato la presenza dei “colleghi” parmigiani nel loro territorio.

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