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Non si stava meglio quando si stava peggio

30 Marzo 2019, 10:14

Sapete di quanto è cresciuto il pil pro capite, insomma la ricchezza individuale, dalla fine della Guerra Fredda a oggi? Cioè negli ultimi venticinque anni? È cresciuto quasi quanto nei venticinquemila anni precedenti. Non è un errore di stampa: venticinquemila.

Il dato è contenuto in un saggio pubblicato la scorsa settimana nel Regno Unito: «Progress. Ten Reasons to Look Forward to the Future». L'ha scritto Johan Norberg, uno studioso svedese ex anarchico, ora liberale e convinto sostenitore della tesi secondo la quale il progresso è, appunto, progresso, e non regresso, foriero di declino o di catastrofi come molti credono, o temono. La convinzione di Norberg è molto più controcorrente di quanto si possa pensare: solo il 5 per cento degli inglesi (e il 6 per cento degli americani) dice di credere che il progresso, così come lo intendiamo noi occidentali, sia un andare verso un miglioramento.
Crisi economica, mancata crescita, macchine che toglieranno sempre più posti di lavoro, welfare destinato a collassare, inquinamento, rifiuti, terrorismo: siamo tutti convinti che il nostro modello sia destinato a implodere. O addirittura a esplodere. Norberg la pensa diversamente e forse esagera con un linguaggio quasi provocatorio, come quando scrive «nel tempo in cui avrete finito il primo capitolo, duemila persone al mondo usciranno dalla povertà». Però il dato che cita sulla crescita del pil pro capite negli ultimi cinque lustri è reale, così come sono reali altri fatti. Sempre dalla fine della Guerra Fredda, la povertà estrema è scesa dal 37 al 9,6 per cento. La middle class americana, tanto per parlare di una categoria di persone considerate oggi fra le più colpite, lamenta il proprio declino e minaccia rivoluzioni, ma dal 1970 a oggi il suo reddito è cresciuto del 30 per cento. E l'instabilità politica, le guerre eccetera? Tutto vero. Però venticinque anni fa solo metà del mondo era governato da democrazie, oggi due terzi.
Il miglioramento delle condizioni di vita non riguarda poi solo l'economia o la politica. Di pari passo vanno tutta una serie di altre cose, dalle condizioni igienico-sanitarie all'alimentazione. Per non parlare della medicina. Ai bei tempi che tanti rimpiangono, si moriva per malattie che oggi si curano con una semplice pastiglia. In un'intervista a Mario Calabresi, il professor Umberto Veronesi raccontava che un giorno, bambino, era in compagnia della madre e incontrarono una donna che disse: «Mi era nato un altro bambino, ma per fortuna il Signore me l'ha portato via perché non avremmo saputo come fare a mantenerlo». La mortalità infantile è rimasta altissima dalla comparsa dell'uomo sulla Terra fino a un'epoca che molti di noi contemporanei hanno fatto in tempo a vivere. E sempre Veronesi ricordava che quando ha cominciato a fare il medico si diagnosticava un tumore palpando con le mani: oggi lo vedi allo stato iniziale grazie a tecnologie formidabili e più della metà dei malati di cancro riesce a guarire, o almeno a sopravvivere a lungo.
La decrescita felice? Tornare a quando ci si alzava alle cinque del mattino per lavorare nei campi? È una prospettiva che può avere un suo fascino. Ma i bei tempi dell'albero degli zoccoli erano anche i tempi in cui la morte di un bambino, come ricordava Veronesi, era una buona notizia.
michele.brambilla@gazzettadiparma.it

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